Western Australia: i dintorni di Perth e la ricerca del lavoro

E tutto d’un tratto dal mondo orientale sbarchiamo nella terra dei canguri, e dopo il controllo minuzioso del cane antidroga lasciamo l’aeroporto e raggiugiamo a piedi il centro di Perth, capitale dello stato australiano dell’Australia Occidentale. I lunghi chilometri sotto al sole ci fanno capire che il clima non è per niente differente da prima, semmai più secco ma non meno caldo. All’arrivo ammiriamo una città piena di palazzine altissime ma non solo, non passano inosservati neanche gli immensi parchi e gli spazi verdi dove c’è sempre qualcuno che ha il tempo libero per rilassarsi, fare jogging, praticare qualche sport o semplicemente passeggiare lungo la riva del fiume Swan che sfocia nel grande oceano. Qui veniamo accolti in una fantastica sharehouse di Marco, un ragazzo originario di Medolla ma espatriato qualche anno fa alla ricerca di fortuna.

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Marco è un ragazzo buono come il pane, divertente, intelligente, abile, ma soprattutto sempre col sorriso stampato in faccia. Con gran cuore e smisurata gentilezza ci offre la permanenza gratuita in cambio di aiuto nel rinnovare altre due case da ristrutturare per nuovi ragazzi che vengono da tutta Europa con l’unico obiettivo di farsi un’esperienza di lavoro all’estero e al tempo stesso viaggiare lungo il continente. È così che conosciamo moltissimi giovani come noi alla prima esperienza e tanti altri, che giá da mesi o addirittura anni, lavorano in questa sconfinata terra. I lavori sono i più vari: dall’aiuto cuoco al cameriere, dal contadino nel filare al commesso in negozio.

Tuttavia, la burocrazia australiana ci costringe a procurarci un certo numero di documenti, quali un conto bancario, un codice fiscale e un’assicurazione australiani, prima di poter lavorare. Così nell’attesa visitiamo Perth e i dintorni della metropoli insieme a Marco ed altri amici, come Ricky, un super cuoco che vuole diventare tatuatore, e Giancarlo, un abilissimo carpentiere. Insieme a loro ci divertiamo a mangiare e bere, visitare il centro della città, a frequentare feste sulla spiaggia e.. a sgobbare! Le nuove case, infatti, non sono solamente da ripulire ma necessitano di qualche ristrutturazione interna, che come una troupe di “Extreme Makeover: Home Edition”, riusciamo a fare insieme. Durante i lavori, inoltre, non cessano di venire a farci visita tantissimi packpackers che, con gli zaini ancora in spalla, cercano una sistemazione a basso prezzo per trasferirvici per poi in seguito trovare un’occupazione. Eh sì, sono migliaia gli stranieri che vogliono farsi un’esperienza in Australia! Dopo una settimana di lavoro, insieme ai documenti, arriva infine anche Zuki, giunta al porto di Fremantle. E anche stavolta Marco non si risparmia dal raggiungerci nella warehouse con un carretto per raccogliere il legno del crate che proteggeva la moto e farci così risparmiare ulteriormente. Pisel per spendere meno si è messo d’accordo con la compagnia che importa il veicolo, di aprire in autonomia il crate con i propri attrezzi per poi mostrare la moto all’ispettore di quarantena. L’involucro di legno è ben chiuso e sigillato così Pisel suda come un cane e lavora per un sacco di tempo sotto 40 gradi, finché ad un certo punto l’ispettore si spazientisce.
L’uomo, un olandese sulla sessantina, esclama:
“Did you clean your motorbike?”
“..3 times!”, risponde Pisel.
“3 times?”, l’ispettore domanda in replica sorpreso e perplesso.
“Yes, in Malaysia they said to me, I don’t remember how many times, to clean very well the motorbike, because in Australia you would it like new!”, controbatte Pisel.
“What do you have in the bags?”, chiede ancora l’uomo.
“Clothes”
“Clean?”
“Obviously”, risponde infine Pisel.
Così con sua grande sorpresa, l’ispettore gli stringe la mano e se ne va senza neanche guardare la moto. E per fortuna, perché una volta aperte le borse scopriamo che c’è muffa ovunque.

Una mattina alle 6 partiamo per le famigerate regional areas in cerca di un farm job per conseguire il secondo anno di visto di lavoro (dato che abbiamo estremamente bisogno di denaro per continuare il nostro viaggio in giro per il mondo). Ad ogni fattoria che vediamo lungo la strada, ci fermiamo e chiediamo se hanno bisogno di una mano, ma le principali risposte sono: “I’m very sorry, we are fully stuffed” o piuttosto “oh guys, there is no job here”. Molte delle farm che incontriamo, infatti, pongono addirittura cartelli davanti ai cancelli con inciso scritte come “No work available” o “No workers needed”.
Siamo demoralizzati. Insomma la situazione sembra più difficile di quanto pensassimo e più di quanto si racconti dall’altra parte del mondo, ma nonostante lo sconforto iniziale non molliamo. Quindi a fine giornata, quando il sole inizia a scendere, è il solito buttarci in qualche parco nazionale, fare qualche chilometro di sterrato e addormentarci sotto le stelle vicino a qualche fiumiciattolo. Nel tardo pomeriggio del terzo giorno di ricerca però, giungiamo nell’ennesima farm, un vigneto.
“Hello?!”, urliamo, come al solito, mentre ci avviciniamo.
“Hey guys, AARGON..?”, esclama un uomo barbuto che esce da un capannone pulendosi le mani (e che intendeva dirci forse “how are you going?).
Ci presentiamo stringendoci la mano e l’omone prosegue con il suo strano accento.
“Are you searching for a job?”.
” Yes”, rispondiamo prontamente.
“Ok, see you tomorrow at 6.00 a.m.”
Ancora non ci crediamo, ma siamo ultra contenti. I sorrisi non riescono a lasciare i nostri visi e anche la notte sembra difficile addormentarsi.

Ci svegliamo alle 4.30 del mattino, smontiamo la tenda nel bel mezzo del buio di un bosco, mangiamo due biscotti al volo e ci buttiamo nel vigneto. Scopriamo solo in seguito, insieme ad un’altra dozzina di ragazzi, che il lavoro è di mezza giornata e pagato, seppur profumatamente, in nero. Nonostante ciò il farmer a fine giornata ci dona i contatti che ci permettono di lavorare le altre due settimane seguenti. È così che prendiamo confidenza con i filari dell’uva da vendemmia e iniziamo il nostro primo lavoro di grape picking.

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La famiglia che gestisce la vigna è molto cortese e amorevole, in particolar modo la signora anziana che, col cappello di paglia quando il sole si è ormai levato in cielo, viene a farci visita tra i filari e a gettare qualche gruzzoletto di uva in più nei nostri cestini, e non si risparmia di chiacchierare e cantare insieme ai lavoratori italiani. Per di più, tutti i weekend ogni lavoratore riceve in regalo una bottiglia di vino e,  spesso, a fine giornata ci offrono anche birra e qualche pezzo di torta casereccia. Grazie a questo primo impiego riusciamo ad intascare un bel guadagno, anche se talvolta ci tocca lavorare sotto la pioggia e il freddo vento australiano proveniente dall’oceano.

Sfortunatamente dopo questo primo nostro impiego siamo di nuovo da capo, ma dopo pochi giorni, con un colpo di fortuna, chattando con qualche contadino su internet troviamo una nuova occupazione, che sembra essere qualcosa di veramente tosto (..al prossimo articolo!).

Curiosità

L’Australia è spopolata di europei, ma quello che mi fa più strano è che l’italiano è la seconda lingua.

In Australia ci sono tanti parchi per fare i barbecue quanto le chiese nei paesi italiani (cit. Marco Tassi)