Tasman Glacier: il primo incontro con i Kea

E’ ora di rimboccarsi le maniche! Riprendiamo pertanto a lavorare di nuovo in una dairy farm. 2200 mucche, migliaia di ettari di terreno per il pascolo e turni di 9 giorni di lavoro e 3 di riposo. Ormai siamo considerati esperti in questo campo, per cui ci affidano fin da subito l’uso delle moto da cross e degli altri mezzi. Ed è così che guido per la prima volta nella mia vita un trattore. Mi sento ingombrantissima!

Inizia ancora una volta il duro lavoro, di notte e di giorno, ma noi ci impegniamo a vedere l’obiettivo. Ed ecco che quando finalmente arriva il weekend, decidiamo sempre di perderci nella natura. Tasman Glacier nei pressi del colossale Mount Cook è la nostra prima destinazione.

Con lo zaino e la tenda in spalla ci buttiamo in una lunga camminata di 2 giorni che ci dovrebbe portare ad un rifugio situato su un ghiacciaio. La guida alpina ci informa dei pericoli del percorso, che inizialmente semplice, diventa poi più complesso dove una valanga ha da poco tempo distrutto la traccia. Alla fine ci avverte che qualcuno si è rotto anche un braccio lì la settimana prima.

<<Do you still want to do it?>>, domanda la guida prontamente.

Decidiamo comunque di procedere. Camminiamo sulla cresta di una montagna che costeggia proprio questa magnifica distesa ghiacciata. Procediamo piano facendo attenzione a non rotolare giù dal pendio. Il terreno è molto franante e talvolta, ci tocca addirittura camminare a quattro zampe o arrampicarci tra i massi per scalare i versanti. Quanta adrenalina! Scaliamo l’ultimo tratto più difficile che ci separa dal punto d’arrivo. Procediamo più a rilento da un pò di tempo a causa della scarsa aderenza del suolo. Qualche roccia continua a rotolare giù dal pendio fino al crepaccio, ma noi proseguiamo finché Pisel, poco prima di me, arriva finalmente in cima. Lo sento urlare.

<<Uhhhhhh..!>>, Pisel esulta. Mi affretto dunque ad arrivare in cima per gustarmi il panorama del traguardo. Un vento clamoroso ci sposta da una parte all’altra. Davanti a noi pura maestà. La lingua del ghiacciaio è così imponente e distinta e, per di più, le cime delle montagne sono già completamente bianche che non possiamo che rimanere a bocca aperta. Dopo 10 duri chilometri, scorgiamo una casetta rossa in lontananza in mezzo a questo regno vergine pervaso da uno strato erboso sottile alternato da superfici di muschio qua e là. Ecco la nostra meta, il nostro caldo rifugio per stanotte. Più tardi conosciamo perfino gli altri ospiti, due ragazzi belga ed un inglese, ma non solo..

Quassù in cima vivono e volteggiano tantissimi kea, l’unico e ultimo esemplare di pappagallo alpino al mondo, e tutta la sera cercano di scroccarci il cibo. Appena cala il sole, tutto il branco, dall’insolito piumaggio verde oliva, si raduna vicino alla nostra piccola casetta. Ne riusciamo a contare una dozzina. Con nostro stupore scopriamo che hanno una voglia pazza di interagire con noi. Prima giocano spontaneamente tra di loro o con gli oggetti che trovano in terra, ci intrattengono con le loro acrobazie e i loro buffi saltelli laterali e anche noi ci divertiamo ben presto a scommettere che stanno cercando in realtà di distrarci. Sono, difatti, sempre pronti ad improvvisare qualcosa di buffo o a dimenarsi in una risata contagiosa per poi tentare di mettere il becco nei nostri pentolini. Sembra che sia davvero il pennuto più intelligente al mondo come dicono. Quando infine scende il buio, rimaniamo tutti a contemplare il cielo stellato finché non fa troppo freddo per rimanere fuori. Durante la notte, invece, avvolti tutti nei nostri sacchi a pelo, sentiamo gli ululi ripetuti del potente vento che picchia violentemente contro le montagne e udiamo talvolta addirittura il ghiacciaio rompersi. Si conclude dunque così la prima giornata di cammino: un indubitabile successo. Questo sinuosa catena montuosa è di una bellezza da togliere il fiato, senza ombra di dubbio un meraviglioso dono che la natura ci ha fatto.

 

 

 

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