Ruta 40, steppa argentina e vento peligroso

Dopo qualche chilometro in una steppa arida e ventosa entriamo in Argentina. Oltre a tanti lama dal manto color cannella (chiamati guanachi patagonici per l’esattezza) e qualche armadillo grigiastro, lungo la strada incontriamo anche un motociclista brasiliano, anzi brasilero (come dice lui, mentre nella mia testa lo immagino ballare la samba!). Scopriamo che stiamo andando nella stessa direzione così ci dice che può rivelarsi molto difficile il tratto di strada sterrata che dobbiamo percorrere lungo la Ruta 40. In realtà ci dice molte altre cose, ma non capiamo molto di più dal suo portoghese. Ci salutiamo quindi con un <<Vemo nos en Ushuaia!>>. Lungo la strada rischiamo per poco anche di rimanere a piedi, tuttavia grazie alle agilissime tecniche aereo-dinamiche di guida, arriviamo alla stazione di benzina

Una Patagonia piena di laghi salati asciutti e tantissimi lama che saltellano liberi. Una Terra divisa dalla Cordigliera delle Ande che separa nettamente i deserti aridi argentini dai fiordi glaciali cileni. Le raffiche di vento freddo soffiano forti ad un punto tale qua che siamo continuamente piegati mentre Davide guida. Non c’è un attimo di pausa. Più avanti, nel tardo pomeriggio, eppure, ci spingiamo fino ad un tratto dove risulta davvero problematico procedere. Già alcune persone avanzano a rilento lungo la strada ghiaiosa per non sbandare mentre altre moto sono ferme lungo la strada ed i motociclisti con i caschi indosso sono coricati a lato. Ci vogliono un pò di minuti per renderci conto cosa sta succedendo. Procediamo a zig zag perché il vento ci impedisce di andare in retta via e rischiamo costantemente di cadere. Così ci fermiamo. Scesi dalla moto, realizzo che non riesco nemmeno a camminare dritta e sono costretta ad urlare per farmi sentire. Il rumore costante è assordante.

Ci guardiamo negli occhi e non ci servono parole per capirci. Siamo nella merda! Rimaniamo aggrappati alla moto per 10 minuti nei quali la corrente fredda peggiora e la moto rischia di cadere più volte dalla parte del cavalletto. Stiamo tenendo la moto dritta e salda a terra, quando un fuoristrada con attaccato dietro un carretto ci passa a fianco ed accosta. Ecco che scendono 2 motociclisti che si avvicinano dicendo:
<<Necesitan ayuda?>>. Ci confermano che ormai è muy peligroso procedere, se non addirittura imposible e ci soccorrono con un passaggio fino alla città più vicina.

Mi torna in mente Diego, il signore che poco fa ci ospitava nella comunità-villaggio. Era la prima volta che gli raccontavamo del nostro viaggio. Mi ricordo che quella sera giocavamo a scarabeo. Dentro di me rivivo quell’istante come se fosse adesso. Mentre ci versa altro vino, ci sorride e con gli occhi commossi, ci dice: <<You sure do have an angel up there!>>. E cominciamo a crederlo anche noi.

Dopo aver legato le loro due BMW, anche la nostra Suzuki si aggiunge al trio. Usiamo praticamente tutte le fasce che abbiamo a disposizione e dopo un bel pò di tempo saliamo in macchina. Ci togliamo i caschi e ci riprendiamo lentamente dallo stordimento. Nonostante le orecchie fischiano ancora e faccia e labbra sono più secche del deserto del Sahara, si sente un sospiro di sollievo collettivo. Finalmente ci presentiamo. C’è il signore argentino al volante e i 2 motociclisti sono uruguayani. Durante la tratta fino al piccolo paesino alla radio passa un messaggio urgente che traduce in poche parole quello che abbiamo provato oggi..

<<..viento peligroso patagonico de 110 kilómetros horario..>>. Ci guardiamo nelle pupille. Insomma un bello sciaff come si direbbe in dialetto modenese. 

E scopriamo anche che i nostri nuovi amici hanno chiamato aiuto appunto tramite la stazione radio dato che, anche se su una strada principale, non esiste altro segnale qua. Arrivati alla località di Tres Lagos e scaricate le moto, ringraziamo i nostri eroi e ci salutiamo. Iniziamo immediatamente a cercare un posto per la notte e siamo avvantaggiati dal fatto che più scendiamo più le giornate sono lunghe, ma a causa del tempo e gli hotel costosissimi, ci accampiamo in un posto trovato per caso: all’interno di una casa disabitata senza porte e dai vetri rotti. É il nostro posto! All’interno constatiamo che non siamo neppure i primi a rifugiarsi qua, anzi leggiamo sui muri storie di viaggi di altri vagabondi come noi. Sbaglio o oggi é un giorno fortunato?


É inspiegabile pensare come probabilmente 4 anni fa ora mi troverei in una fontana di lacrime pensando solamente al freddo patito e alle sciagure della giornata, mentre oggi sono stranamente al settimo cielo. É proprio vero quando dicono che dipende da che punto guardi il mondo. Mi accordo giorno dopo giorno, crescendo e ascoltando quella voce dentro me stessa, come tutte le nostre convinzioni, perfino le più radicate, possano essere in qualche modo false. E ancora una volta mi metto nei panni della me stessa di un tempo e mi chiedo: che cos’è quello che pensiamo se non un prospettiva? Che cos’è la vita se non un angolo di visuale?

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