Nuova Zelanda: Isola Sud, tra ghiacciai, fiordi e laghi alpini

Oggi siamo sul traghetto che ci porta verso l’isola meridionale della Nuova Zelanda. Basterebbe solo una parola per descrivere il viaggio: mal di mare. Una marea agghiacciante, peggio di quella incontrata in Tasmania. Mai sentita così tanta agitazione in mare. Qualche ragazza dello staff dell’equipaggio organizza un contest di disegno per intrattenere, e al contempo, distrarre i bambini. Tutto invano. A prua si salta letteralmente, e già dopo mezz’ora ecco i primi sacchetti anti-vomito che iniziano a volare. Diamo il via alle danze! Tutti i genitori cercano di incoraggiare i figli ad andare avanti a disegnare, mentre loro stessi sono i primi a reggere i sacchettini con le facce allarmate. Non si riesce neppure a muoversi di un metro in avanti che vieni puntualmente sbatacchiato da una parte all’altra della nave. Ci tocca procedere a zig zag. Dopo qualche ora però, e per fortuna, arriviamo. Dei fiordi verdissimi scorrono ai fianchi della nave. Giganti colossi di roccia che sembrano quasi galleggiare a fior d’acqua. Procediamo lungo questo tortuoso letto ghiacciato tra queste maestose insenature, e appena mettiamo piede a terra, salutiamo gli amici motociclisti conosciuti in barca per assaggiare i primi tornanti. A fine giornata poi campeggiamo vicino ad un fiume poco fuori dalla città di Nelson.

Dopo una notte di diluvio, ci aspettano ancora tornanti ai piedi delle montagne dell’ambitissimo Abel Tasman National Park. Con le sue foreste lussureggianti, le spiagge di sabbia fine, le acque cristalline, questo è un luogo fortemente desiderato oltre che magico, dove possiamo perderci tra sentieri che salgono e scendono tra fitte foreste di pini e felci fino alle spiagge isolate della Golden Bay. Poi in direzione di Christchurch, qualche giorno dopo, percorriamo una strada bianca tra i pendii, prima sulle cime e poi giù fino a valle, costantemente costeggiati da un torrente azzurro turchino che annida qua e là qualche mucca appartata. Procediamo del tutto stupiti e completamente inebriati dal profumo di fiori selvatici dal colore violaceo che fanno da cornice a questo fiabesco squarcio di mondo. Non so se sia ritratto o reale. Eccoci a Lake Tennynson. Quasi per uno strano gioco del destino, conosciamo proprio qui anche una motociclista neozelandese con la nostra stessa moto e la stessa tenda. Corriamo subito a farci un bagno mentre dall’altra parte della sponda quattro bambini nudi già sgambettano giocando in riva al ruscello. E alle nostre spalle un gruppo montuoso spropositato di colore verde pallido e a tratti roccioso. Poco prima del tramonto, Pisel decide anche di scalare la vetta per regalarci un ricordo di questo affascinante quadro con un unico scatto.

La mattina seguente, salutata la nostra amica, ci affrettiamo a tornare sulla strada verso sud perché il cielo non promette nulla di buono. Arriviamo verso sera a Lake Pearson, un freddo bacino situato, ancora una volta, tra una catena di monti. Montata la tenda, scopriamo che sulla riva stavolta ci sono tre cuccioli di anatroccolo ad aspettarci e  a cui Mamma Papera non riesce proprio a star dietro.

Il giorno dopo il cielo è di nuovo nero come, indubbiamente, il mio stato d’animo. Ho perso una piccola creatura a me cara che é stata al mio fianco per 18 anni. Volevo solo ricordare che ti ho scelto tra tanti altri, ricordo ancora quel momento. Eri il regalo più bello che avessi mai ricevuto e non hai mai smesso di essere importante nonostante dicessi solo “miao” e lasciassi peli ovunque. Mi sento così triste per non essere riuscita a stringerti un’ultima volta. Grazie per avermi insegnato ad amare, incondizionatamente.

Dopo aver preso l’acqua tutto il giorno, giungiamo a Whataroa, un piccolo villaggio sulla costa occidentale, dove decidiamo di fare una sosta in un bungalow dato che, oltretutto, non riusciamo nemmeno a vedere il ghiacciaio Fox dal gran che il cielo é pieno di nuvole.

Dopo esserci asciugati per bene e aver ripreso l’uso delle mani e dei piedi, visitiamo un altro magnifico ghiacciaio, Franz Joseph Glacier e dormiamo in tenda vicino a delle rovine che appartengono a Lindis Pass Hotel, un vecchio rifugio situato in un passo tra le montagne.

 

Fuggiti dalle maledette zanzare neozelandesi, simili a piccoli moscerini ma che infliggono un infernale prurito post-puntura, ci dirigiamo a Queenstown, una cittadina sperduta tra i laghi e le montagne dell’Otago e un tempo letteralmente invasa dai cercatori d’oro. All’apparenza solo un placido villaggio arroccato sulle vette dei monti e circondato dal limpido lago Wakatipu, ma questo gioiello di montagna è in realtà la culla dello sport estremo; qui puoi praticare qualsiasi attività. Parapendio, bungee jumping, deltaplano, rafting, kayak, sci, escursionismo, equitazione.. Insomma il paradiso dell’adrenalina.

Alla sera ci allontaniamo e campeggiamo fuori città sempre sulla riva di un lago. Passeggiamo un pò lungo un sentiero nel bosco finché non troviamo il luogo perfetto per farci un bagno nudi. Così esageratamente condannato e deplorevole quanto tremendamente giusto. Mi sento viva.

Il giorno dopo, invece, andiamo verso Fiordland, la terra dei fiordi, un territorio selvaggio con parecchie aree irraggiungibili ai visitatori. E’ proprio qui che durante le ultime ere glaciali, numerosi ghiacciai hanno scavato profondamente la costa; ne risulta uno dei più invidiabili fiordi di questa terra, Milford Sound, la nostra perfetta occasione per ammirare le bellezze di queste latitudini. Ci addentriamo nella natura più pura, tra montagne rocciose, fitte foreste, laghi, ghiacciai, cascate, alla scoperta di luoghi sconfinati sospesi tra il verde dei boschi, il blu dell’oceano e il bianco delle cime montuose. Qui, ci soffermiamo un pò al lago Gunn di un azzurro limpido inimmaginabile e completamente contornato da questi enormi versanti. Siamo proprio qui, dove cielo e terra si sposano alla perfezione, totalmente immersi nella purezza di questo luogo solitario, mentre solo il canto di qualche uccello ci conforta. 

Procediamo lungo una strada ora trafficata, quando all’improvviso, nel mezzo della carreggiata, Zuki si spegne tutta d’un colpo. La moto continua a emettere un rumore metallico già da qualche giorno purtroppo. Ci tocca così, a malincuore, fermarci a lato della corsia per capire il problema. Mille persone premurose accostano per rendersi disponibili anche solo per chiedere se abbiamo bisogno di chiamare un carro-attrezzi, ma Pisel non vuole mollare. Testardo, vuole trovare un modo per capire cosa succede a Zuki. Dopo un’ora di sporco e duro lavoro di smonta e rimonta, Pisel scopre l’esistenza di una terza candela, al momento svitata, nella moto. Bene.. La sostituisce. Gira la chiave, accende la moto, ma ora c’è un nuovo problema: la ruota posteriore sembra bloccata e non gira. Scopriamo immediatamente che l’appoggio della pastiglia del freno posteriore é gravemente danneggiato, così Pisel lo stacca del tutto e lo fissa con qualche fascetta.. Giusto pronti per dirigerci verso la prossima tappa.

Da qualche giorno procediamo sempre cautamente, dato che non abbiamo il freno posteriore, e ci rilassiamo così tutto il giorno presso il lago Ohau pensando sul da farsi. Ecco che qui, nel mezzo della foresta, vediamo per la prima volta dei piccolissimi uccelli verdi. Sono carinissimi. Sono grandi come una palla da ping pong, forse meno, e camminano perpendicolarmente sui tronchi d’albero. Un pomeriggio di relax per districare qualche nodo e a porci una domanda:

<<Ci fermiamo a lavorare di nuovo?>>

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