Malesia: un mix di culture tutte da scoprire

Una volta usciti dal Laos, ripercorriamo la Thailandia fino alle sue spiagge. Come dimenticare il movimento violento delle onde dell’oceano che fanno tremare la sabbia sotto alla tenda.

Il primo giorno dell’anno, però, lo festeggiamo conoscendo un nuovo stato, la Malesia. Geograficamente non dissimile dalla Thailandia, ma culturalmente molto differente.
All’uscita dalla frontiera, un anziano signore ci chiede di mostrargli i passaporti, con l’intenzione in realtà di chiederci da dove veniamo.
“Muslim? What is your religion?”, ci domanda l’uomo, una volta scoperto che siamo italiani.
“Roman catholicism in Italy”, Pisel gli risponde.
“Mosque in Italy?”.
“Church, but also some mosques for foreigners”.
“If you visit Malaysia, compare Chatolicism and Muslim!”, dice apparentemente in modo fiero.
“I will do!”, concludiamo.

Partiamo finalmente all’esplorazione con una prima difficoltà nel trovare un luogo dove cambiare i soldi, ma concludiamo la giornata scoprendo un bel nascondiglio nella giungla sul mare dove piantare la nostra tenda.

 

Le persone sono in generale gentili e cortesi, molti amichevolmente ci chiedono da dove veniamo, altri sono solo molto sorpresi e curiosi e finiscono talvolta per farci foto e video di nascosto. La loro pelle è scura, amano vestirsi di capi colorati e sgargianti e molte donne si coprono il capo con un velo.

La notte seguente facciamo molta fatica a trovare un posto per la tenda e a sera inoltrata dormiamo in un campo di palme da olio. La mattina, però, alle 5.30 ce ne andiamo immediatamente ancora nel buio perché sentiamo un trattore in lontananza e per di più gli uccelli fanno già festa cantando. Non si dorme più!

Attraversando il paese scopriamo le attività più produttive in Malesia, tra cui caucciù, riso e frutti tropicali, specialmente ananas, caffè, arachidi, palme da cocco, palme da olio. Sempre percorrendo queste piantagioni constatiamo quante foreste vengano abbattute per dar vita ai loro campi da coltivazione, spesso di palme da olio. Non più quindi vegetazioni fitte e rigogliose, ma piante distanti e tutte della stessa specie, che spesso allontanano gli animali del vecchio habitat.

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Attraversiamo le Cameron Highlands, le famose colline malesiane note per le loro piantagioni di tè. Davanti a noi scorgiamo infiniti campi di palme da olio, alberi della gomma e vastissime coltivazioni di frutta e verdura. Scopriamo ben presto che questo altopiano è anche una delle mete preferite dagli stessi malesiani, che nel weekend decidono di recarsi su queste verdeggianti colline per sfuggire da smog, caldo afoso e umidità.

 

Dopo una giornata tra le colline di piante da tè, ci dirigiamo nel parco nazionale del Taman Negara, uno dei patrimoni di vegetazione e fauna tra i più antichi della terra per la sua vasta foresta pluviale, che ancora conserva tigri, elefanti, rinoceronti e tapiri asiatici. Indimenticabile il suono della foresta tropicale!

Mangiamo spesso nelle mense per strada, piccoli ristoranti all’aperto dove vengono serviti diversi pasti a self-service. Notiamo alcune persone mangiare direttamente con le mani, questo ci stupisce molto. La Malesia, essendo un’unione di più culture, ama molto anche la cucina tradizionale indiana, che prevede che il riso venga mangiato con le mani (come da noi il pane). Non è quindi considerato cattiva educazione.

Questa terra è popolata da tantissime specie animali, più o meno nascoste nella giungla. Ci è capitato, giusto a proposito, di vedere una lucertola di Comodo attraversare le strisce pedonali in centro città, e di sentire dalla tenda un formichiere consumare il suo pasto.

 

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Un mattino riceviamo la chiamata da Joseph Perucca che ci invita all’interno dell’azienda GIVI Malesia. Siamo accolti con un caldo benvenuto. All’ora di pranzo sediamo ad una tavola con alcuni dipendenti, ognuno di un colore e di una religione differente. È qui che scopriamo che la Malesia è un mix di etnie: malesi, cinesi, indiani Tamil e gli Orang Asli, aborigeni della penisola di Malacca e delle isole vicine. Scopriamo tristemente che la convivenza non è in realtà pacifica, anzi è presente un forte razzismo. Questa unione di culture comporta oltretutto un gran numero di feste religiose come l’Hari Raya musulmano, il Deepavali e il Taipusam induista, il Capodanno cinese, il Natale cristiano, nonché una miriade di specialità culinarie e artigianali e, purtroppo, anche tensioni etniche mai sopite e spesso strumentalizzate dalla politica.

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Dopo il pranzo, Joseph ci guida all’interno dell’azienda percorrendo passo per passo tutto l’intero processo produttivo di tutti i prodotti GIVI venduti in Malesia, tra cui bauli, piastre, accessori fino ai piani superiori, in cui incontriamo disegnatori e addetti alle vendite. Nonostante la manodopera costi pochissimo in questo paese, ci sono molte macchine costose che svolgono lavori automatici in modo che il prodotto finito sia sempre perfetto. Non esistono ad oggi in Malesia norme importanti sulla tutela dei lavoratori, ma notiamo che presso quest’azienda gli operai sono obbligati ad indossare mascherine e altri indumenti protettivi al fine di salvaguardare la loro stessa salute. Dato che il marchio si occupa della completa evoluzione del prodotto, la compagnia ricopre anche mansioni, come la verniciatura, che richiedono un abile controllo sull’impatto ambientale, che GIVI gestisce abilmente secondo le norme europee, nonostante l’assenza di obbligo.

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Nel frattempo lo staff ci cura la nostra moto trovando viti allentate estremamente importanti e mette a nuovo alcuni dei nostri accessori, cambiando guarnizioni, sostituendo plastiche per poter continuare il nostro viaggio in modo più sicuro e confortevole. Ci sentiamo trattati da re, ma le sorprese non finiscono qui. Joseph ci invita nello show room, dove ci vengono regalati una borsa waterproof 30 litri per sostituire il nostro zaino malandato, un hydratation backpack per poter bere anche in sella, una nuova fantastica borsa-serbatorio Xstream 15 litri e 2 tute anti-acqua nuove. È un piacere a fine giornata poter parlare con Joseph sui prossimi paesi che affronteremo in moto dato che lui ha viaggiato in lungo e in largo per anni per lavoro e non.

Arriviamo nella capitale Kuala Lumpur, dove siamo ospitati da una fantastica e divertente famiglia malese: Mohamad, suo padre Farooque e sua sorella Farah. Sono musulmani, così insieme visitiamo qualche moschea in giro per la città, dove impariamo molte cose sulla loro cultura.

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Insieme a Mohamad entriamo in una grande e bellissima moschea della capitale. La cosa che più mi colpisce è la luce che entra dalle finestre e illumina l’interno della spaziosa struttura mostrando tutte le sue sfumature cromatiche. Il luogo è ampio e colorato, alcuni fedeli pregano scalzi a terra dove è disteso un morbido e comodo tappeto per tutto il perimetro.

 

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Un anziano signore con la tunica si avvicina a noi.
“Happa caba”, ci saluta.
“Do you know who was the first man on Earth?”, ci domanda.
“..Adam” continua. Questo signore così diventa la nostra guida e ci accompagna all’interno della moschea per conoscere i misteri del Corano.
“..but he can not be alone, so Allah creates Eve. They were very very tall.. 80 meters, because they were alone and there was a lot of space”, conclude.
L’uomo ci conduce in tutte le aree della moschea, che scopriamo non essere solo un luogo di preghiera, di purificazione e meditazione, ma anche il posto perfetto per passare del tempo con gli amici o la famiglia, per una festa o semplicemente per un picnic grazie ai suoi ampi spazi verdi e alle grandi stanze a disposizione per particolari eventi o cerimonie.

“Why women wear the scarf?”, domandiamo al signore.
“In order to protect the woman, but not only..”, risponde l’uomo.
Come ci spiega la guida, l’hijaab, il tipico velo islamico, aiuta a salvaguardare la modestia ed il decoro di una persona, e così anche gli ideali morali della società stessa. È l’ignoranza comune e lo stereotipo occidentale che fa credere che un velo sulla testa di una donna la sottometta all’uomo e possa impedirle di parlare o inseguire una carriera. La donna musulmana copre i suoi capelli ed il suo corpo, non il suo cervello. Anzi, nell’Islam le donne sono onorate ad un più alto livello di virtù: non sono oggetti sessuali per gli uomini. Le donne non sono lì per essere messe in mostra, il loro corpo non è per il pubblico consumo, non sono un prodotto pubblicitario.

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La donna ha un’anima e una mente al pari dell’uomo. Il suo valore è definito dalla sua bellezza interiore, dal suo cuore, dal suo carattere. Con il velo decide solamente di porre in mostra di fronte ad Allah la sua fedeltà e la sua lealtà piuttosto che la sua bellezza esteriore. L’hijaab è quindi un vestito spirituale di devozione. Mohamad ci spiega che in Malesia le donne musulmane possono scegliere liberalmente se indossare o meno il velo, mentre in alcuni paesi non è una scelta svincolata, se non in famiglia o con il marito. Il velo, tuttavia, non centra con la sottomissione all’uomo, anzi, 400 anni fa l’Islam ha riconosciuto quei diritti alla donna che le donne dell’Occidente hanno solamente avuto più recentemente. Nonostante questo ed il giusto ideale che si cela dietro all’hijaab, continuo a trovare eccessivo l’atto di coprire la testa.

Prima dell’avvento dell’Islam, in ogni caso, le donne non avevano valore, la prostituzione dilagava, il divorzio era una scelta esclusiva del marito, l’eredità solo dei più forti.. L’Islam ha abolito tutte queste pratiche e ha riconosciuto e garantito alla donna completo rispetto, dignità e onore. Il maltrattamento delle donne nei paesi del Medio Oriente o in alcune famiglie musulmane è purtroppo dovuto a fattori culturali che qualche musulmano segue erroneamente, e non ha niente a che fare con la religione.

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Sometimes we hear a song that comes out from the mosque, why? What is it?”, domandiamo alla guida.
“It is the call to pray”, ci risponde.
In questa nostra esplorazione scopriamo che i musulmani pregano, 5 volte al giorno, Allah (dall’arabo “L’unico e Vero Dio”), il creatore di tutto nell’universo, che non assomiglia a nulla di quello che ha creato, uomo o donna o creatura. Una entità sconosciuta, insomma, mai vista e per questo non rappresentabile. Non esiste idolatria nell’Islam, non ci sono immagini o intermediari, come la figura del prete nel Cristianesimo. Ogni uomo, donna o bambino può entrare in contatto direttamente con Allah attraverso la preghiera.

 

Purtroppo, ancora oggi, c’è un abisso intero tra le reali vite di arabi e musulmani e quello che viene invece rappresentato dai nostri canali mediatici, che collegano nel 60% dei casi le parole “violento”, “morte”, “attacco”, “uccidere”, “criminale armato” ad “arabo”, “palestinese”, “musulmano” o “Islam”. Ecco perché molte delle persone associano la religione islamica al terrorismo. Ciò nonostante, penso che non si può fare di tutta l’erba un fascio. È ormai consolidato, difatti, che anche gli Stati Uniti sono un paese leader del terrorismo e l’unico stato condannato per questo motivo dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986. Ma ovviamente i nostri mass media non ricordano gli 8000 musulmani, molti dei quali disarmati, che in Serbia morirono nel 1995; non vogliono ricordare quanto violenti e repressivi sono stati in passato anche i Cristiani. La carneficina portata avanti in Occidente negli ultimi 60 anni, includono una guerra mondiale, una guerra fredda, un olocausto, due bombe atomiche, repressioni di guerre d’indipendenza ed il supporto dei dittatori e dei terroristi. Tutto questo panorama distorce un attimo dalla visione di stato avanzato e civile, dettato in modo spassionato dai nostri canali mediatici. Ci sono mille altri esempi di terrorismo di ebrei e cristiani, tuttavia, è sbagliato generalizzare e chiamare un intero popolo terrorista, che sia cristiano, ebreo o musulmano. I musulmani seguono una religione di sottomissione al loro dio, di pace, di misericordia, di perdono. La vasta maggioranza non ha nulla a che fare con i violenti episodi che in particolare i canali mediatici hanno associato ai musulmani.

Davvero pensiamo, però, che la distruzione per finalità coloniali di paesi come Afganistan, Iraq, Libia e Palestina non avrebbe suscitato delle reazioni? Si è forse parlato di quanti morti sono stati causati dai raid francesi lanciati dopo l’attacco a Parigi? Gran parte degli occidentali è all’oscuro dei crimini commessi dagli eserciti statunitensi in Medio Oriente, dove c’è tuttora una guerra civile. Ci viene costantemente nascosto, come fossimo bambini, che le azioni militari che hanno insanguinato il Medio Oriente hanno lo scopo di monopolizzare combustibili fossili indispensabili per far funzionare l’orribile macchina capitalista occidentale. D’altronde è noto ormai a tutti che, se tutti gli abitanti del mondo fossero europei, avremmo bisogno di tre pianeti, se fossero tutti americani addirittura di sei. Finché continueremo a vivere in modo così insostenibile, ci calpesteremo tutti i piedi a vicenda. La realtà è che ci sono persone di serie A e persone di serie B, che vengono massacrate ogni giorno in villaggi dai nomi impronunciabili. E, finché prevarrà questo razzismo, non ci sarà mai pace nel mondo.

Il coro mediatico insiste a giustificare che uomini armati e barbuti siano solo folli squilibrati, ma gli odierni nemici dell’Isis sono strumentalizzati dai grandi interessi economici. L’importante è identificare un nemico. Nessun riferimento a chi l’ha creato, chi gli procura le armi, chi lo finanzia e soprattutto perché ci disprezza così tanto. Tutte domande che potrebbero svelare l’ipocrisia di una realtà molto diversa da quella che ci è narrata ogni giorno al telegiornale. Tanto a subire le conseguenze dell’odio innescato non sono i politici provvisti di costosi bunker e scortati da mille guardie, ma le persone comuni come noi. La religione è solo un pretesto. L’unico vero dio è il denaro.

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Passiamo infine 4 giorni divertenti con la famiglia di Mohamad, giocando a qualche gioco di società insieme al lago, guardando qualche film in lingua inglese la sera sul divano, uscendo a provare mille cibi caratteristici o suonando e cantando tutti insieme. Una famiglia molto unita e generosa che ci ha proposto anche di stare un giorno in più! Perchè no? Non potevamo chiedere di meglio dal nostro soggiorno in Malesia.

Ora, dopo aver consegnato la moto al deposito per spedirla, ci prepariamo decisamente per un nuova avventura.

 

 

3 commenti

  • Paolo

    Ciao ragazzi, come state?
    Siete in direzione dell’Australia? Aspetto vostre notizie.
    Un forte abbraccio
    Paolo

    • Pisel

      Ciao Paolo, scusaci se è un po che non scriviamo ma siamo stati super impegnati tra robe burocratiche e in cerca di lavoro.
      Ora siamo a sud di Perth in Australia e stiamo lavorando, a breve lanceremo un nuovo articolo che parla delle nostre avventure!

  • Paolo

    Non scusarti Pisel posso immaginarmi il vostro da fare.
    In attesa del vostro articolo. Ciao ragazzi

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