Le peripezie del Centro America

Dopo un tuffo nel passato originato dal mio subconscio, decidiamo che è arrivata l’ora di andare. Diciamo addio a questa echeggiante foresta amazzonica con la speranza di vederla vincere la guerra contro le lobby del petrolio che ogni giorno gli tolgono terreno. Auguriamo di cuore per l’ultima volta un “buona fortuna” ad Hector per il suo progetto, che grazie ai soldi di persone curiose come noi, riesce a salvare la vita di molte scimmie.

Dopo una lunghissima strada a tratti molto dissestata e dopo aver sudato un’ora nel traffico, arriviamo a Cali dove incontriamo Alessandro Tomasi (di Journey 24). Insieme mangiamo un bel piatto di pasta al tonno da nostalgici italiani. Ci raccontiamo qualche storia sui nostri viaggi, qualche avventura e qualche paura, fino ad augurarci un “in bocca al lupo” ai nostri sogni. Il prossimo appuntamento ce lo diamo con una pizza in Italia!

Alla sera il cielo inizia ad annuvolarsi, fino a creare formazioni di nubi buie e cariche di energia. Quando scorgiamo i primi fulmini in lontananza, il cielo é ormai scuro e tenebroso. Siamo nel mezzo di un potente temporale. Non ricordo di aver mai visto così tanta acqua precipitare giù dal cielo e mi viene spontaneo pensare che forse dietro a quel mito del diluvio universale si nasconde un nocciolo di realtà. Non è che Noé vivesse in Colombia? Il pesante acquazzone é talmente intenso che siamo bagnati e sgocciolanti dalla testa ai piedi. Mentre le prime auto si iniziano a fermare perché le strade si stanno trasformando in enormi torrenti d’acqua, anche noi avvistiamo il nostro rifugio. Illuminata sotto la pioggia ed i fulmini, c’è una capanna dove una famiglia vende un pò di frutta e qualche bibita. Ci ripariamo per circa mezzora mentre ogni tanto a ritmo di tuoni, la luce va e viene.

Il giorno dopo, arriviamo alla città di Bogotà, celebre per il suo narcotraffico, e passeggiamo per le vie del suo centro. Riceviamo poi la notizia che possiamo consegnare Zuki già oggi per la spedizione. Così in fretta e furia diamo il via alle danze: Davide porta la moto all’autolavaggio e io mi diverto a lavare le borse laterali sotto la doccia. Per la prima volta Zuki viaggierà su un aereo e qualche giorno dopo tocca anche a noi salutare l’ultima città del Sud America. Non ci resta che volare in direzione Panama City.

Dopo 2 ore di film sui comodi seggiolini della compagnia aerea, vediamo dall’alto che ci stiamo avvicinando alla terra ferma. Mentre sotto i nostri piedi le prime isolette verdi emergono ogni tanto dall’acqua, brindiamo con un bicchiere di vino bianco, totalmente all’oscuro di ciò che ci aspetta. Atterrati ci fiondiamo su un taxi per ritirare la moto prima della chiusura dell’ufficio dell’areoporto di cargo. Firmati tutti i documenti, ci ripresentano Zuki non proprio come l’avevamo lasciata.

<<Zuki ha viaggiato coricata!>>, mi comunica incazzato Davide una volta uscito dal magazzino ancora con indosso il giacchetto giallo fluorescente.

Incredula sull’accaduto continuo a chiedergli sempre più domande finché non lo vedo con i miei occhi. La ragazza dell’ufficio, ignara di come funziona una moto, ci comunica che Zuki é caduta rompendo il cavalletto, ma anche che era l’unica moto quindi potevamo star tranquilli (non so cosa intendesse!). Non mi sorprenderei se non si accendesse dato che quella poca benzina che c’era nel serbatoio, sarà uscita durante il viaggio. Povera Zuki!

Ma tutto è bene, ciò che finisce bene. Qui a Panama, dove il tempo si scandisce in gocce di sudore, compriamo da un rifornitore Suzuki il pezzo di ricambio per il cavalletto e portiamo la moto da un meccanico. In poche ore ci cambiano la gomma posteriore (che aveva un buco talmente grande che si vedeva la rete metallica interna) e aggiustano il cavalletto. Comunichiamo in seguito l’accaduto alla gentile signora dell’ufficio spedizione incontrata in Colombia e qualche giorno dopo il collaboratore della compagnia colombiana ci chiede un incontro per risarcirci dei soldi spesi per riparare il terzo piede di Zuki.

Siamo quindi pronti per ripartire all’avventura, stavolta alla scoperta del centro America.. Se non fosse che ci siamo dimenticati come funzionano le cose nei paesi in via di sviluppo.

Il giorno dopo di nuovo contenti in sella, siamo fermi ad un posto di blocco dove la polizia controlla ogni veicolo. Prima ancora di mostrare i documenti, l’officiale incaricato guarda la targa e ci fa segno di accostare. Un altro poliziotto sopraggiunge per controllare i documenti e ci informa che manca una dichiarazione firmata per l’importazione del veicolo e sappiamo già come andrà a finire.

Un agente ci sequestra il veicolo e i passaporti e per 5 ore rimaniamo seduti in custodia senza la minima idea di cosa stia succedendo. Nel giro di 5 minuti perdiamo qualsiasi diritto e per le successive e lunghissime 5 ore non possiamo nemmeno muoverci senza permesso. Rimaniamo seduti aspettando mentre ogni tanto i due cani antidroga abbaiano furiosamente come se supplicassero di essere liberati.

Quando ormai sono le 22.00 e il cielo è già buio, arriva un altro ufficiale che ci spiega che saremo costretti ad affrontare un processo e pagare una multa per riavere la moto.

I giorni seguenti incontriamo altri malcapitati che sembrano avere il nostro stesso problema. Dopo 3 giorni d’attesa,  un processo in spagnolo e ancora alcuni amari punti interrogativi sulla pazza burocrazia, paghiamo la multa.

La prima volta che ci possiamo rilassare nuovamente è su quella spiaggia di palme in Costa Rica, dove beviamo un cocco con i piedi nell’acqua dell’oceano agitato. Poi ancora un’altra dogana caotica ci aspetta. Capiamo immediatamente di trovarci in uno stato abbastanza povero, dal momento che l’ultima volta che hanno fatto la fumigazione alla moto è stato in Mongolia. Non si capisce una mazza ed una marea di gente si affolla vicino a Zuki proponendosi come guida per scortarci nelle procedure burocratiche.

Eccoci in Nicaragua, dove cavalli e buoi sono parcheggiati in fila con i loro traini, come auto. Dove inizio anche ad amare le banane fritte ed il platano. Nelle remote terre dell’Honduras, al contrario, ci addentriamo in strade esageratamente grandi con traffico inesistente. Dormiamo a nord, dove la giungla sfiora il mare e dove tutto è più verde.

Poco tempo dopo, cotti come dei somari, giungiamo nel verde e florido Guatemala. Mentre ci rinfreschiamo con un dolce cocco, conosciamo un poliziotto che ci racconta come, dopo 19 anni di servizio e aver perso molti colleghi a causa del narcotraffico, si trova ora pronto per la pensione.

Con il sottofondo di quella musica caraibica suonata dai popolari mariachi, gustiamo tacos e sopes, tortas e tortillas in quei banchetti locali messicani. Ci leviamo di dosso un paio di zecche nascoste tra le lenzuola dell’hotel e i giorni seguenti procediamo a velocità ridicole, talvolta ai 10 km/h, finché non arriviamo sul confine americano. La benzina buona é a pochi passi finalmente!

La sera ci accampiamo sulla cima di un monte intessuto di erbe profumate e, lievemente ansiosi di attraversare il muro di Trump l’indomani, ci addormentiamo l’ultima notte in questo tropicale Messico.

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