Laos: la Guerra Segreta e le tradizioni dell’etnia Hmong

In frontiera ci timbrano l’uscita dalla Cambogia, e appena sul confine vietnamita un signore corre verso di noi esclamando forte “Hello“.
“Vietnam?”, ci chiede l’uomo.
“Yes, motorbike, ok?”
– “Yes no problem. 5 dollars!”
– “But motorbike is ok?”
– “Yes.”
Lo paghiamo, anche se ci dà poca fiducia. Facciamo pochi metri e ci conduce allo sportello dove ci timbrano l’ingresso in Vietnam. Torniamo alla moto e partiamo. Le guardie al confine con la pancia spaparazzata all’aria ci chiedono di mostrare il visto. Gli allunghiamo i passaporti, poi ci chiedono il permesso per la moto. Gli diamo tutti i documenti, incluso il Carnet de Passage, che ovviamente non hanno mai visto. Il ragazzo esclama:
– “Do you have the permit of ministry for motorbike to go to Vietnam?”
Inizia un diverbio pacifico che si conclude con l’esclamazione della guardia:
– “You can not enter with motorbike. You can try to enter in Vietnam from another border.”
Questo la dice lunga sulla burocrazia vietnamita. Dato che Zuki non può entrare in Vietnam per la cilindrata troppo grande, torniamo indietro mezzo chilometro. Nella frontiera cambogiana, tuttavia, ci comunicano che per rientrare ci serve un nuovo visto oppure l’annullamento del timbro d’entrata in Vietnam, in modo che di conseguenza sarà loro concesso di cancellare l’uscita dalla Cambogia. Torniamo indietro, riincontriamo l’uomo dei 5 dollari, un dipendente improvvisato, che nel frattempo ha capito che non possiamo entrare con la moto, nonostante ci avesse detto il contrario. Tiriamo dritto per evitarlo e andiamo direttamente di nuovo allo sportello dove ci hanno timbrato l’entrata. Il signore dall’altra parte del vetro riapre i passaporti e senza guardarci in faccia o ascoltarci ce li rimanda indietro. Intanto il ladruncolo richiama la nostra attenzione ripetendo più volte:
– “Bullet! Bullet! Send your motorbike and visit Vietnam!”
– “No, we want to cancel the stamp and return in Cambodia. Where I can cancel the stamp?”
– “No please. Send motorbike, visit Vietnam.”
– “It just costs too much. We want to cancel..”
L’uomo che già ci ha fregato una volta mi innervosisce molto. Prima ci chiede soldi improvvisandosi un impiegato, poi ci porta a timbrare il passaporto dicendo che per la moto non ci sono problemi, poi ora che vogliamo cancellare il timbro per tornare in Cambogia, non sa dirci altro che spedite la vostra moto e visitate il Vietnam. Con il suo fare insistente ed incomprensivo nei nostri riguardi, l’uomo insiste più volte nel convincerci a spedire la moto e ad entrare comunque in Vietnam, finché, molto irritata, non gli dico sgarbatamente:
– “What we have to do? We have to sleep in the border for the rest of our life?”
A questa affermazione ad alta voce arriva un secondo uomo, più anziano, che ci porta finalmente nell’ufficio, dove troviamo la soluzione per tornare in Cambogia. È così che ci avviamo direttamente verso un altro stato, il Laos.

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Questo paese mi ricorda molto la Cambogia, con cui difatti confina ed è diviso solamente dal fiume Mekong, che durante la stagione dei monsoni si trasforma in un mostro: aumenta talmente il suo volume da creare rapide turbolentissime ampie fino a 14 km, e inoltre, il volume dell’acqua che scorre a tal punto è due volte maggiore di quello delle cascate del Niagara. Pazzesco! É la prima volta, comunque, che oltrepassata la frontiera non cambia tutto drasticamente. Ci sono gli stessi animali (mucche, pecore, forse un pò più di maiali) e la vegetazione è molto simile. Le persone però sono più diffidenti, spesso quando cerchiamo qualcosa da mangiare lungo i ristoranti di strada dei villaggi non vogliono parlarci, sono distanti a differenza dei cambogiani che ci correvano talvolta incontro. Crediamo che, a causa del fatto che ci relazioniamo con loro in inglese, ci scambino per Statunitensi come già in altri paesi spesso è accaduto.

La stessa situazione si ripete già 3 volte: scendiamo dalla moto, salutiamo con un “Hello!”, una signora spesso troppo indaffarata per guardarci, aspetta che mi avvicini di più per parlargli, ma non alza lo sguardo. Mimo il gesto del mangiare e aspetto la sua reazione. Fa finta di non capire. Le mostro qualche foto col cellulare di riso, zuppa e verdure, i soliti cibi che siamo abituati a mangiare nel sud-est asiatico. La donna dice qualcosa in laotiano, poi scuote il capo per dire no. Lungo la strada fortunatamente troviamo comunque famiglie sempre disposte a preparare una zuppa di noodle anche agli stranieri, e ragazzi che, quando siamo fermi a rilassarci all’ombra, ci parlano incuriositi. Qui la gente non ci conosce, ma mi pare che non a tutti andiamo a genio.

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Per capire meglio queste persone e le loro vite scopriamo più a fondo nel loro passato.
Il Laos è purtroppo il paese più bombardato della terra, con un record di 2 milioni di tonnellate di bombe, più di 12 volte la quantità delle bombe fatte cadere sul Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Migliaia sono le persone che sono rimaste ferite o uccise dagli ordigni statunitensi inesplosi, eredità dei frequenti bombardamenti nel paese dal 1964 al 1973. Negli Stati Uniti, questi 10 anni passano alla storia come “la Guerra Segreta” perché il governo statunitense ha nascosto ogni traccia delle sue attività, ma per i laotiani gli effetti del bombardamento non sono un segreto.

Il Laos è una società povera e prettamente agricola, a cui è stata garantita indipendenza e neutralità alla fine della Prima guerra di Indocina nel 1954. L’unica eccezione è stata purtroppo il breve periodo in cui il Giappone ha controllato il Laos durante la Seconda Guerra mondiale. Durante una guerra civile interna, che oppone fazioni di destra, neutrali e di sinistra, il governo statunitense si mette in mezzo. La CIA finanzia un brutale comandante che recluta soldati bambini per rimediare alle pesanti perdite e traffica “illegalmente” oppio per finanziare le sue operazioni. La devastazione più spietata, tuttavia, piomba dal cielo. Dal 1964 al 1973 gli Stati Uniti conducono numerosissime missioni aeree per bombardare il Laos con l’obiettivo apparente di annientare le truppe comuniste, ma in pratica gli obiettivi diventano tutte le cose che si muovono.

Dopo la sospensione dei bombardamenti sul Vietnam, quelli sul Laos però aumentano. I piloti americani infatti non trovando i loro obiettivi in Vietnam, hanno l’ordine di depositare le bombe in un sito scelto a caso nella campagna laotiana. Per ordinanza non possono atterrare nuovamente in America con le munizioni ancora a bordo.

Interi villaggi ridotti in cenere, templi e scuole demolite, bestiame ucciso, persone sepolte vive e bruciate vive, altre costrette a vivere sottoterra in caverne per anni. Questa è la triste vita di migliaia di persone poco più di 40 anni fa. Tuttavia, per i laotiani gli effetti della devastante campagna aerea si possono vedere ancora oggi. Un terzo delle bombe a grappolo, destinate ad aprirsi a mezz’aria e spargere munizioni, non è esploso all’impatto. Circa 80 milioni di bombe non sono esplose, e meno dell’1% sono state ad oggi rimosse. Spesso esplodono anche oggi, magari quel giorno che il contadino ara il campo o quando i bambini, scambiando gli ordigni per giocattoli, li prendono in mano. La gente laotiana non può vivere senza lavorare la terra, non può smettere di mangiare e di coltivare i campi. Non ci attentiamo per questo motivo a dormire in tenda! E la preoccupazione non migliora vedendo uomini vestiti da militare con i mitra.

Gli Stati Uniti per eliminare tutti gli ordigni inesplosi dovrebbe prestare 16 miliardi di dollari, cifra esigua in confronto alla spesa sostenuta per gli stessi bombardamenti, ma nel 2014 ha preferito qualcosa come più di 500 miliardi per finanziare nuove guerre.

Ora stiamo inseguendo la strada per le piantagioni di caffè. Imbocchiamo la strada secondaria sterrata e, a soli pochi chilometri di distanza, ci troviamo ad affrontare una ripida discesa piena di buchi verso il fiume. Nessun ponte, nessuna strada davanti a noi, solo il corso d’acqua, ampio e con forte corrente. Notiamo che dalla sponda opposta una zattera preleva un signore con il suo motorino, quindi attendiamo. Sceso il piccolo scooter dall’altra parte, intanto altri ragazzi con a mano degli altri motorini salgono per mezzo di un asse in legno grande poco più di una spanna. Immaginiamo già Zuki che spacca a metà l’asse! Così per stavolta torniamo indietro.

Una mattina invece ci svegliamo molto preso, poco dopo l’alba, e ci inoltriamo nella nebbia tra la giungla delle montagne dove ammiriamo i piccoli villaggi che risiedono lungo i tornanti. È ancora buio ma le persone sono già radunate attorno a dei fuochi fuori dalle proprie capanne. Sembra un posto magico! Forse è proprio quel clima gelido e nebbioso che lo rende così speciale. È proprio quell’odore di legna bruciata e quel fumo sprigionato nel cielo che mi ricorda qualcosa di familiare. Nonostante ciò, le loro abitazioni sono fredde e, spesso, i bambini più piccoli e raffreddati piangono tutta la notte.

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È proprio in questi villaggi che scopriamo una nuova etnia, Hmong, stanziata nelle alture del nord del paese. Già alle prime luci del mattino si vedono i primi bambini cavalcare le mucche, e le bambine, al contrario, sono abbigliate con costumi locali colorati e sgargianti in occasione di una festa di paese, che raduna ogni famiglia, accompagnata da una mucca, in seguito lasciata libera insieme alle altre. Non capiamo a che scopo. Hanno anche i forconi!

 

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Seguiamo la folla in abiti tradizionali e arriviamo presto a scoprire un particolare festeggiamento di questo popolo. Proseguiamo su un percorso che si snoda in vari quartieri, dove in ogni angolo c’è una piccola o una giovane Hmong truccata e adornata con collane e bracciali in argento ed altri ciondoli e ornamenti abilmente fissati ai vestiti, preparati meticolosamente durante tutto l’anno. Sento l’atmosfera di festa, come una sorta di backstage in preparazione allo show finale, ma non si tratta di questo.

L’etnia Hmong celebra il Capodanno già nei primi giorni freddi di Dicembre. Oltre ai rituali per richiamare tutti gli spiriti erranti della famiglia per fornire grande forza per l’anno nuovo, le persone si radunano per cantare, danzare, fare discorsi o i giochi più diversi: freccette, fionde, giochi d’azzardo coi dadi, ma quello che ci sorprende di più è qualcos’altro. Ci ritroviamo improvvisamente tra centinaia di uomini e donne di etnia Hmong, in piedi l’uno di fronte all’altra, che si gettano delle classiche palline da tennis. Ecco uno dei più importanti rituali del Nuovo Anno Hmong, il corteggiamento.

La società Hmong è suddivisa in più clan, ma sono gruppi esogami. Ciò vuol dire che una persona di un clan di etnia Hmong non può sposarsi con una persona del suo stesso clan. I villaggi Hmong sono davvero minuscoli e la maggior parte del tempo dell’anno è dedicato alla cura e alla raccolta delle piantagioni di riso. Il duro lavoro diminuisce la possibilità di trovare il futuro sposo. Da qui l’importanza di questa celebrazione che mira a portare nel nuovo anno auguri e ringraziamenti, il momento ideale per trovare marito o moglie in modo che una nuova vita abbia inizio.

È proprio qui che quindi il pov pob prende piede. I ragazzi e le ragazze giocano a lanciarsi una pallina di stoffa. Le ragazze possono passare la palla alle altre, ma ai ragazzi è negato, ed è anche vietato passarla ai membri dello stesso clan. Tradizionalmente, se qualcuno perde la palla, deve donare un ornamento o un pezzo del proprio abbigliamento all’altro, che poi verranno recuperati dal giocatore intonando canti di corteggiamento tradizionali. Ecco il preludio al futuro appuntamento per i due amanti, che solitamente poi si sposeranno nell’Anno Nuovo, un giorno di luna nuova all’inizio della nuova stagione. È una festività inconsueta da ammirare, ma culturalmente speciale ed affascinante da scoprire.

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Nel primo pomeriggio giungiamo successivamente alla Piana delle Giare intorno a Phonsavan, un vero e proprio mistero archeologico risalente all’età del ferro tra il 500 a.C. ed il 200 d.C. Una zona collinare nella provincia di Xiengkhouang dove si trovano un’infinita distesa di anfore giganti, che sfiorano un’altezza di 3 metri. Non è ancora del tutto chiara l’origine, alcuni studi recenti le collegano ad antiche pratiche funebri, ma secondo la leggenda locale sarebbero i resti di un’antica era popolata da giganti. Altri invece vedono nelle giare semplicemente utensili per raccogliere la pioggia nel periodo monsonico per renderla in seguito potabile.

 

 

2 commenti

  • David

    Ho scoperto per caso grazie al vostro video sul free camping che qualcuno ha condiviso su FB ed ho letto con piacere delle vostre avventure. Vi auguro un grande in bocca al lupo! Buon proseguimento in questo viaggio!

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