La discesa verso la grande e caotica Lima

Dopo la fermata all’altissimo Machu Picchu, ceniamo la sera tardi nel solito localino dove allungo qualche pezzetto di carne alla cagnolina dagli occhi dolci, e ormai mia amica, che siede sempre sotto al nostro tavolo. Inizia la discesa verso il mare. Salutiamo i pappagalli verdi della giungla per scendere nuovamente tutti i tornanti di montagna. Finiamo per dormire dietro ad un monte con un grande spiazzo di ghiaia dove mille granate già esplose ci circondano.

Il giorno dopo, invece, prima di rifugiarci in tenda iniziamo a cercare un posto dove cenare. Davide si accosta a lato strada dove già una coppia di vecchiette richiamano la nostra attenzione urlando nomi di piatti sconosciuti. Già nella mia testa ronzano più voci che lottano per vincere l’ultima parola:

<<Alla fine non hai così fame. Perché cenare alle 4 di pomeriggio?>>, sospira una voce angelica.
<<Perché tra poco c’è buio, ti nasconderai in tenda e i crampi della fame ti faranno rimpiangere di non aver toccato cibo>>, suggerisce la voce del diavoletto.
<<Non succede nulla se per una sera non mangi, l’hai già fatto e si sta molto meglio che vomitare il pasto tutta notte>>, ribadisce, ancora, la voce candida della ragione.
<<Per l’equivalente di 50 centesimi, un bel piatto caldo ti fa dormire sogni tranquilli. Basta non bere nessuna bevanda!>>, sussurra, alla fine, la voce diabolica.

<<Va bene qui?>>, mi domanda Davide riportandomi alla realtà.
<<Non lo so>>, rispondo perplessa, <<magari guardiamo che cosa hanno!>>.

La signora, che già sfoggia contenta il suo miglior sorriso d’argento, gentilmente ci mostra che cosa nasconde in pentola.

<<Perfetto! Proprio quello che piace a te!>>, risponde Davide, ignaro di cosa si nasconde al di sotto della zuppa di cereali e verdure.

Mentre ormai ci gustiamo felici la nostra minestra calda, tra una cucchiaiata e l’altra compaiono dei pezzi di carne dalla dubbia provenienza. Ci sono dei baffi di 1 centimetro che spuntano dalla pelle dell’animale e sono 100% convinta che sia il muso di una mucca. Cerco di continuare a mangiare cercando di convincermi che sia qualcos’altro finché un capello nero lungo come la chioma della signora mi distrae dai pensieri.

<<Davide, io sono piena. Ne vuoi un pò?>> e nell’allontanarci in moto, ripeto nella mia testa che per fortuna non ci ha offerto da bere.

Più tardi la sera, scoviamo il posto perfetto per dormire. Giusto il tempo di piantare la tenda che inizia a grandinare, poi a nevicare, infine tra fulmini e tuoni potentissimi, diluvia. I lampi si scaricano a terra vicini, e tra un urlo e l’altro, Davide cerca di calmarmi rivelandomi che è molto più probabile morire in un incidente in moto in strada piuttosto che colpiti da un fulmine. Proprio a quel punto una saetta si scaglia più vicina di tutti, la terra trema e il cielo si illumina a giorno.

<<Questo era bello vicino!>>, conclude Davide ironicamente, gettando qualsiasi speranza di tranquillizzarmi.

I chicchi di grandine sono talmente grandi che se la tenda si salva è sicuramente grazie ad un miracolo. Ci ritroviamo ben presto, tuttavia, a galleggiare letteralmente sui materassini. Sembra di essere al mare, ma qui a più di 3500 metri, l’aria che tira é tutt’altro che da costume da bagno. Cogliamo l’attimo, quando rallenta un pó la pioggia, per spostare leggermente la tenda un pó più lontano dal nuovo grande lago alluvionale che si é formato e facciamo lo stesso con Zuki. Nonostante siamo sopravvissuti alla grandine, però, durante la notte, mi sveglio di nuovo con crampi al basso ventre e nausea. Un’altra volta, maledizione! Ovviamente la causa è la brodaglia di muso di mucca con l’aggiunta di qualche insetto della dimensione di scarafaggi, come dice Davide. Bueno! Una manna per gli stitici.

Dopo la terribile nottata, mi risveglio che il sole è già alto in cielo, mentre Davide é già fuori dalla tenda a fare un giro. Mettiamo via canne e cannoni, e scendiamo via per altri tornanti di nuovo fino al mare. La pioggia battuta della notte precedente, tuttavia, non ha lasciato indenni alcuni tratti di strada. Anzi, ci ritroviamo più volte fermi davanti a colate di fango ed enormi rocce che invadono la strada. Al pomeriggio arriviamo sul mare, facciamo il bagno nell’oceano e dormiamo su una spiaggia che alla sera si popola di mille granchi rossi.

Raggiungiamo, poi, anche la capitale peruviana affacciata sull’oceano Pacifico. Ritenuta la più grande città al mondo edificata sul deserto, Lima è una città piena di vita, dove tradizione e modernità convivono in ogni angolo.

Salutata la città, ci inoltriamo nel deserto per un ultima notte per poi abbandonare per sempre questa terra. Questo Perù. Il suo verde indelebile. Io me lo ricorderò non per le sue città, le sue dune di sabbia e l’odore di mare favoloso, ma per le sue montagne verdi terrazzate e pervase da case di pietra. Le vie stipate di pastori con i loro animali. Lama e mucche, asini e caprette, maialini. Quelle donne con i fagottini colorati sulle spalle che portano a casa il raccolto con il proprio bambino. Questo Perù, che ci ha portato così in alto.

 

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