Ecuador: ai confini dell’Amazzonia

Lasciato il deserto alle spalle, ci troviamo davanti un’infinità di piantagioni, che si estendono per migliaia di chilometri. Eccoci in Ecuador!

Ed è proprio qui che cresce il frutto più amato del mondo: la banana. Tutt’altro che sinonimo di dolcezza, però, le piantagioni di banane non sono più quel sogno esotico che tutti immaginiamo. Mentre viaggiamo in moto lungo le strade del nuovo paese, infatti, notiamo tanti braccianti, coperti con tute da capo a piede, che spruzzano regolarmente veleni. Un mondo, il nostro, un po’ pazzo, che si è forse dimenticato tutto quello che di più unico e raro abbiamo. Il nostro prezioso e delicato giardino dell’Eden.

Alla sera troviamo rifugio nell’hotel di una signora ecuadoriana che, avvilendo il nostro bell’accento spagnolo, ci domanda:

<<De donde vienes?>>.

Alla nostra risposta, la signora continua stupendoci:

<<Ma davvero? Io ho vissuto 20 anni in Italia!>>

Con una risata unanime e inaspettata, la signora col suo caldissimo accento palermitano ci racconta di quando viveva nel nostro paese e di come le manca suo figlio, ancora risiedente a Palermo.
Ormai non ci dovremmo sorprendere più, ma le persone qui sono così solari e gentilissime. Non sono intimorite dalle giacche fluorescenti, ma incuriosite dai tratti differenti e dagli stivali sporchi.

Il giorno seguente, arriviamo al piccolo villaggio di Juan de Velasco, dove passando sentiamo tanta musica, risate e schiamazzi. Mentre ci avviciniamo notiamo tante persone con originali costumi colorati e le facce tutte nere. Tutti ballano o sparano la schiuma in aria. Noi, però, sembriamo essere il bersaglio preferito dei bambini. Ed è chiaro che è arrivato il Carnevale anche qui in Ecuador, perché lungo le strade non ci risparmiano neanche i gavettoni e le secchiate d’acqua.

La risata della gente qua è una malattia. Le persone ci guardano, anche mentre mangiamo, sorridono, si voltano intimiditi per cercare di trattenersi per poi scoppiare a ridere. Una risata contagiosa, però. Non so se siamo buffi ai loro occhi o solo strani. In ogni caso, negli ultimi anni ho smesso di chiedere perché, e ho iniziato a domandarmi perché no. E quando iniziano a sbellicarsi, anche a noi ci fanno ridere a crepapelle.

Nel tardo pomeriggio, sulla strada verso un famoso lago ecuadoriano, ci perdiamo. Davide, quindi, piuttosto che tornare indietro, decide di procedere lungo un sentiero di montagna dall’audace pendenza e con tornanti di fango secco. Nonostante i miei tentativi di insinuare qualche dubbio sul cielo nuvoloso, dormiamo in tenda lassù, dove circondata da altissime vette e vulcani, si può ammirare la città in festa dall’alto. E poi inizia a piovere.

Alla mattina mentre ci stiriamo ancora sbadigliando davanti ai primi raggi di sole, sentiamo dei passi avvicinarsi alla tenda, poi una voce si avvicina tuonante.

<<Buenos dìas!>>

Beccati. Una volta risposto al saluto, si sente una risata non del tutto sana, anzi oserei dire un po’ matta e poi la voce si ripete. A questo punto Davide apre la tenda ed un signore ecuadoriano con gli stivali anti-acqua e già piegato con la schiena verso di noi, ci sta tendendo il palmo in segno di benvenuto. Ci stringiamo la mano e l’uomo inizia a chiederci da dove veniamo e se stanotte abbiamo patito freddo. Ci dice che sta camminando verso la città a piedi ed è ancora convinto che potremmo comprare una sua proprietà in vendita giù in città per vivere in Ecuador, nonostante i nostri vani sforzi nel spiegargli che sarebbe carino ma illegale. Il gentile signore, infine, ci saluta offrendoci una colazione in città, per poi sparire tra i tornanti fangosi che portano giù in paese.

Dopo una dura salita di 5 chilometri lungo i tornanti ora fangosi, dove sudo 7 camice a spingere Zuki, arriviamo al lago Quilotoa. Dentro un grande cratere a 3500 metri sulle Ande ecuadoriane, questo bacino di origine vulcanica, è contornato oggi da un’aria di festa, di musica, di balli e di colori.

Siamo arrivati anche qui. Un altro punto da aggiungere ai posti dove Zuki ci ha portato. Non solo ad Ushuaia, la città alla fine del mondo, non solo mille volte sulle elevate Ande, ma anche fin qui. Sull’Equatore.

Giungiamo anche in capitale. Ai piedi delle Ande e sulle fondamenta di un’antica città inca, Quito convive con i suoi vulcani attivi più alti del mondo e nasconde vecchi vicoli decorati da balconi fioriti.

Il mattino seguente, invece, ci avventuriamo sempre più verso la foresta. Un posto nuovo e più che mai vivo ci attende. Dormiamo la sera in tenda a Ishpingo Pakcha, dove una ragazza ecuadoriana ci guida in qualche sentiero tra la giungla che ci mostra i fiumi e le cascate rinfrescanti di questo posto isolato. La notte dopo aver spento luci e musica, i proprietari ci abbandonano per affidarci ai rumori della buia giungla al riparo di una capanna rialzata dove dalla tenda vediamo le stelle e le lucciole.

Il giorno dopo, ci dirigiamo direttamente al porto di Coca, dove conosciamo subito Hector, un eroe dei tempi moderni. Lasciamo la moto in affidamento a un’anziana coppia che vive sulla baia, e ci buttiamo nella traversata del Rio Napo con una piccola oblunga canoa a motore che ci trasporta tra meandri verdi ai confini della foresta amazzonica.

E mi sembra, tutto d’un tratto, di essere trasportata nel passato, a più di 20 anni fa, quando ero piccola. Mi ricordo quella fatina avventurosa dai capelli corvini che, volando tra giardini di fiori e alberi secolari, mi trasportava in un labirinto di emozioni. E nei segreti della sua foresta incantata, dove tutta la magia della creazione si racchiude in un minuscolo seme. Amavo così tanto quella fatina, e probabilmente ho rotto talmente tanto con quel cartone animato, che i miei genitori decisero un giorno di chiamare con lo stesso nome, anche la mia amica più speciale. La mia sorellina.

Ritornando alla vera foresta, Hector ci spiega come 10 anni fa ha fondato questo progetto. Con un ritmo spaventoso di 2000 alberi al minuto, oggi la foresta amazzonica sta perdendo terreno. E con lei anche tantissime specie di animali, tra cui uccelli e scimmie. Hector sta tentando di salvarle. In questa isola verde ospita tantissimi primati che sono stati sottratti alla mano dei contrabbandieri e riportati alla vita libera che gli spetta tra la foresta amazzonica. Uno dei tanti piccoli grandi eroi che dovrebbe prendere un po’ più di spazio tra le pagine di quei giornali che ci sommergono di oroscopi, tendenze di moda e di bilancio.

In questa foresta si nasconde un mondo tutt’altro che silenzioso. Un mondo dove nei millenni si è creato una lava di liane verdi e foglie che ricoprono persino i tronchi degli alberi. Oltretutto le piante altissime che bloccano la luce, sembrano fare a gara per accaparrarsi l’ultimo raggio di sole.

Hector ci fa strada con un machete tagliando le liane tra i sentieri verdi e umidi di questa altissima giungla. Canticchia e talvolta fischietta con una foglia per richiamare gli animali. Poi un verso intenso e stridulo ci fa capire che siamo vicini. Ed infine li scorgiamo anche noi. Lassù tra le foglie accese si arrampicano e si buttano qua e là una bellissima famiglia di scimmie. Ecco però che Hector ci richiama e corriamo dietro di lui. Un gruppo di tucani vola veloce sopra le nostre teste. Poi ancora un’altra razza di scimmie, ogni volta più grandi o più pelose.

La cosa più magica è il suono che c’è qui. Forse la definirei musica. Ci rilassiamo ancora un po’ sull’amaca mentre i toni vibranti della giungla ci dissetano. Ci cado anche una volta dall’amaca. È comunque coinvolgente ascoltare la nostra guida parlare delle tribù amazzoniche che ha incontrato, assaggiare un piatto di yuta cotta su una enorme foglia e dormire in questa paradiso per l’ultima volta.

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