Dalla jungla alle spiagge thailandesi

Bangkok. Usciti dall’aeroporto, tutto è diverso: umidità 100%, caldo micidiale, traffico incredibile, spazzatura ovunque, topi lungo le strade, bancarelle di cibo di chissà quanti giorni fa con un quintale di mosche sopra.. Dopo 2 mesi di Giappone ne abbiamo assolutamente bisogno. Visitiamo i più importanti templi buddisti della città, famosi per la loro maestosa bellezza, la suntuosa architettura e per i monaci dalle vesti colore arancione che pregano e camminano a piedi scalzi tra le mura degli edifici sacri.

 

 

 

La capitale, situata lungo il fiume Chao Phraya, ci costringe a muoverci da una parte all’altra con delle imbarcazioni. E’ per questo motivo che la chiamano “La Venezia dell’Est”, ma non ha nulla a che vedere con la nostra romantica città italiana. Il traffico cittadino sempre più congestionato ha dato vita anche a mille ponti per nuove vie stradali, nonché un numero pazzesco di abitazioni galleggianti sulle acque tutt’altro che limpide.

 

Accanto ai grattacieli e al ceto medio si nota una schiera di baraccopoli disseminate per la città. Proprio qui una mattina, percorrendo qualche chilometro verso una importante scultura, imbocchiamo una piccola stradina con una serie di baracche, qualche ragazzino che corre, un pollaio e qualche cane. Uno di questi è abbastanza irrequieto, continua ad abbaiare e gironzolare, mentre gli altri giacciono a terra mezzi morti, affaticati dal caldo opprimente. Cerchiamo di evitarlo, così a passo sostenuto ma non veloce, procediamo per la nostra via. Il cane però continua ad abbaiare forte e ci insegue. Attraversando la strada, Pisel mi sposta verso l’interno e si posiziona al mio fianco, continuando a camminare, ma la bestia continua ad abbaiare. L’animale dopo l’ennesimo ringhio, spalanca il muso e addenta la gamba di Pisel. La mattina dopo quindi, entro le 24 ore, ci rechiamo in ospedale per i dovuti vaccini anti-rabbia. Ora gli spettano una serie di punture nell’arco di un mese, che potrà fare fortunatamente in qualsiasi ospedale.

 

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Per i giorni che trascorreremo in capitale aspettando la moto, alloggiamo in un hotel a Khaosan Road, una piccola via piena di bancarelle di pad thai, carne, pesce, verdure, frullati e cocco. Questa località ci sembra molto una Riccione dell’Est. La strada è ricca di agenzie turistiche che organizzano tour guidati alle più ambite destinazioni, da Chiang Mai agli stati confinanti. La sera si popola di artigiani e mercanti di vestiti, braccialetti e collane in stile locale, e la notte si affolla di turisti attirati dalla musica, dai cocktail dei bar e dagli insetti al barbecue venduti sulle bancarelle, tra cui cavallette, scorpioni e ragni. Il turismo è per questa città una delle fonti principali di ricchezza, sono per questo motivo sempre in aumento i migliaia di taxi legali ed illegali e i tuk-tuk, come li chiamano i thailandesi, ovvero dei veicoli a tre ruote che somigliano ad un’apecar.

 

Per ora siamo in città, quindi attorno ogni giorno a centinaia di turisti, e per spostarci da un posto all’altro spesso ricorriamo al taxi. Vicino alle Guest House di Khaosan Road, tuttavia, gli autisti preferiscono contrattare con i turisti piuttosto che accendere il taxi-metro. Ed è così che spesso ci guadagnano. Dopo i primi giorni tuttavia impariamo anche noi come funziona. Di ritorno dall’ufficio per l’importazione della moto, alle 5 di sera e con mille borse in groppa, chiediamo ad un taxi di riportarci in centrò città. Anzi è lui che ce lo propone. E’ più facile che un taxista illegale richiami l’attenzione del turista piuttosto che il contrario.

– “Where do you have to go?”, ci chiede il taxista thailandese.

– “To Khaosan Road, do you have taxi-meter? How much?”, chiediamo.

– “Traffic, traffic. 200 bath”, risponde.

Sappiamo che è tanto per i 10 km che dobbiamo percorrere, con i taxi infatti che utilizzano il taxi-metro spendiamo di meno. Proponiamo 100 bath.

“No, no, 150 bath!”, controbatte.

Accettiamo. E l’accordo è concluso. Dopo i primi chilometri ci accorgiamo che c’è davvero un’abbondante traffico tanto che ci mettiamo un’ora a percorrere solo 7 km. Durante tutto il tragitto, però, il taxista inizia a battere pugni sul tettuccio e ad intonare bizzarre frasi. Si rimangia i 150 bath proposti inizialmente. Con la consapevolezza che avrebbe potuto scegliere vie legali accendendo il taxi-metro, tutelando sia lui che noi, ci rompiamo le scatole anche noi.

– “150 bath is no cud” (tradotto: no good), canticchia.

Pisel, già altamente irritato per i mezzi illeciti che cercano ogni giorno di fregare gli stranieri con le contrattazioni illegali, gli risponde per le rime ricordandogli il precedente accordo. Inizia quindi una specie di battaglia rap, finché fermi ad un semaforo decidiamo di scendere. Così risparmiamo soldi e camminiamo solo per i pochi chilometri che ci dividono dall’hotel.

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Oltre alla cultura c’è una religione tutta da scoprire. Notando la scadenza di una merendina al supermercato, scopriamo che qui è l’anno 2558. Sembra che il calendario buddhista sia iniziato alla morte del loro Buddha, esattamente nel 543 a.C.. Ma non è questa l’unica stranezza. La religione è un misto tra buddhismo, induismo, credenze animistiche e cinesi. E’ impossibile non far caso, a questo proposito, alle case degli spiriti. Sono piccole costruzioni in legno o in cemento dai colori accesi e si trovano ovunque, lungo le strade delle città, nei villaggi più remoti, vicino a case, hotel, uffici, e alla base di alberi. Inoltre accanto alle loro dimore e lungo i marciapiedi, si notano spesso fiori freschi, ghirlande di boccioli, incensi e cibo in terra offerti a queste presenze, che avrebbero il compito vegliare e proteggere le persone.

 

Di posti per dormire a Bangkok c’è n’è di tutti i gusti. Oltre ai lussuosi hotel per i turisti più agiati e a quelli più economici per i viaggiatori, si affiancano lungo le strade anche una vasta gamma di Guest House. Una sera capitiamo in una particolarmente conveniente in cui ci chiedono solo 300 bath per una notte in 2 (circa 7 euro). Scopriamo solo in seguito perché. Saliamo le scale in legno verso il secondo piano dove ci sono gli alloggi, scoprendo che a parte un altro straniero, il luogo è visitato solo da thailandesi. Avete presente l’inizio del film “The beach” con Leonardo di Caprio? Beh, finiamo in una topaia simile. Tra le travi in legno sotto i nostri piedi ci sono delle fessure da cui si può intravedere il piano sottostante del bar, il copriletto è sudato da chissà quanti prima di noi, le pareti in legno sono tali che si possono sentire le persone delle stanze a fianco come fossero lì con te nonché la musica dei bar-discoteca che si spengono solo all’1.00. Ah, nel cuore della notte sento tremare il letto ed il pavimento. Smette. Ricomincia. Rismette. Eh si, qualcuno si sta amando in un’altra stanza.

 

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Il cibo thailandese é semplice, buono e spesso molto piccante. La gente ama la pasta e il riso con le verdure, i germogli di fagioli, il tofu, la carne, ma soprattutto adora il peperoncino, forse più per un fattore digestivo.

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Mentre aspettiamo la chiamata per andare a riprendere Zuki, pranziamo e attendiamo su un muretto esterno ad un grande magazzino. Un signore in camicia, va avanti e indietro, e più di una volta ci osserva fermi con i borsoni, così l’ennesima volta decide di parlarci. Ci chiede che cosa facciamo, se abbiamo bisogno di aiuto. Una volta scoperto che siamo dei viaggiatori che aspettano la loro importante moto, ci saluta con un Che Buddha vi protegga! e dicendo che aspetta di leggere un nostro libro.

 

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É arrivata la chiamata tanto attesa. Ed eccola. Zuki arriva maestosamente su un carro ancora dentro al suo crate di legno. Tutti passando la guardano. Due uomini tolgono un lato dell’involucro a suon di martellate, posizionano il carretto vicino ad un marciapiede in modo da far scorrere e scendere leggermente la scatola. Pisel impugna il manubrio e con due spinte fa arretrare la moto in pendenza mentre altre 4 persone la tengono salda in modo che non cada. Appena giù, la controlliamo. La batteria va, la benzina la aggiungiamo. Proviamo a farla partire. 3, 4, 5 accensioni e qualche sgasata e Zuki riparte dopo 1 mese di crociera.

 

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Dopo una mattinata piovosa, ma finalmente di nuovo in sella, giungiamo al famoso mercato galleggiante. C’è un signore che lava i pentoloni nel fiume fangoso, alcune famiglie che preparano piatti di pad thai o riso, e donne che vendono frutta e altri cibi locali. Lunghe distese di bancarelle si susseguono ai lati del fiume, e gente su delle barchette a remi vendono i loro prodotti.

 

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Quella notte dormiamo di nuovo nella natura selvaggia. Alla scoperta del nord della Thailandia costeggiamo una campagna verde. Dormiamo proprio qui! Un sentiero ci conduce in un posto più tranquillo e nascosto non lontano dalla strada principale. Ed eccoci immersi nella giungla di palme da cocco, alberi di teak e altre piante dalle foglie enormi, che durante la notte cadendo fanno un rumore simile a delle bottiglie di plastica vuote. Anche se le possibilità di incontrare un animale feroce, come una tigre, qui vicino alla civiltà sono praticamente nulle, ci mettiamo un pó di tempo per ambientarci. Mi sembra impossibile essere qui nel cuore di questa foresta tropicale!

 

Arriva anche il momento di uscire dalla città e visitare qualche rovina del passato. Il giorno dopo visitiamo il parco storico di Sukhothai dove ammiriamo ancora oggi i resti di un’antica civiltà. Templi in mattoni rossi a scalini si alternano a qualche statua di Buddha sinuosamente immersi nella natura.

 

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In direzione Nord-Thailandia, arriviamo fino in cima al monte Doi Inthanon e la sera la passiamo in tenda vicino ad un fiume sulla cima della montagna, controlliamo di essere al sicuro, e dato che c’é un letto del fiume vuoto che si può riempire in caso di pioggia siamo più tranquilli. La mattina successiva, infatti, dopo una notte di temporali in lontananza, un vero e proprio fiume si è formato alle nostra spalle. Visitiamo le cascate potentissime di Mai Tan costeggiando la jungla al confine col Burma e piove ininterrottamente per quasi 100 km tanto che siamo costretti, bagnati e sgocciolanti, a fermarci alla sera nel primo hotel che ci capita. Al risveglio invece, una bellissima giornata ci aspetta, così ci avventuriamo con una guida all’interno di una cava sotterranea abitata solo da 2 pipistrelli e qualche ragno gigante. Un luogo misterioso e suggestivo da visitare. Proseguiamo poi verso Chiang Mai e dormiamo sul monte Doi Suthep Pui in un camping a 2500 m pagando solo 1 euro e mezzo in due. Si sta proprio bene quissù, c’è la temperatura perfetta, di solito ci sembra sempre di morire in tenda.

 

I giorni seguenti attraversiamo in largo la Thailandia e una notte troviamo un bel posto nascosto a lato strada dove dormire. Chiediamo prima alla signora giù che abita in una casetta in legno insieme ad una decina di cani. Sorridente e subito molto felice di ospitarci, ci invita a restare per la notte, anche se alle prime luci dell’alba i cani si mettono a ululare in coro per chissà quale motivo.

 

Sia nella capitale, presa da una vorace accelerazione economica che rende le persone schiave di qualche truffa, sia nei villaggi al di fuori della caotica vita, dove la gente vede nello straniero una persona non solo un turista, c’è una realtà che ci colpisce. Una delle cose che ci piace di più di questo paese: i thailandesi. Le persone sono vere. La gente non finge per consuetudine, per professione o altro. La gente non finge, non sembra.. La gente semplicemente é. Se hanno voglia di ridere, ridono; quando hanno voglia di cantare, cantano; se sono arrabbiate, tengono il muso. Abbiamo notato spesso visi sinceri nelle persone che ci servono il cibo nelle bancarelle o a comprare la frutta in centro. La loro trasparenza ci piace.

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Arriviamo a Pattaya, un puttanaio pieno di spiagge sporche e farmacie che espongono chiaramente in vetrina Viagra e test Aids. Ci allontaniamo in fretta, andando verso il confine con la Cambogia, scoprendo finalmente che le belle spiagge vere ed incontaminate esistono. Davanti a noi una distesa di palme, sabbia bianca fine, alcune amache e qualche bar che serve noci di cocco da bere e altri cibi. Qui incontriamo un norvegese che lavora da 4 anni come pulisci-spiaggia. É proprio lui che ci dice che l’isola Ko Chang, qua vicino, é da non perdere nonostante le strade siano troppo pericolose e difficili, tanto che ogni mese un turista in motocicletta muore. Decidiamo comunque di scoprirla. Ci meravigliamo vedendo una dopo l’altra spiagge bianche dalle acque calde e cristalline. Un paradiso naturale!

 

Nonostante questa breve pausa sulle rive, il giorno dopo ci avviciniamo al confine. Visitiamo una foresta di mandragole, e nel tardo pomeriggio ci avventuriamo su una spiaggia deserta e selvaggia. Nell’attesa dell’indomani al confine cambogiano, ci tuffiamo subito nudi e poi proviamo anche ad aprire qualche noce di cocco.

 

 

 

 

 

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