Cambogia: tra antichi templi e bambini sorridenti

A seguito di una rapida sosta in dogana, dove non ci ispezionano nemmeno le borse, entriamo in Cambogia e, dopo i primi camion che ci fanno il pelo, ci rendiamo conto che si torna a guidare a destra. Annoiati sulla strada principale, ci lanciamo immediatamente e senza troppi indugi all’interno del parco nazionale di Botum Sakor, dove all’improvviso finisce l’asfalto e veniamo catapultati in una terra rossa inviolata. Lungo la strada ragazzini che nuotano accanto ad un gruppo di bufali, bambini che si tuffano nudi negli stagni. Tutte le persone ci salutano sorridenti e gli animali pascolano indisturbati per le vie. Scopriamo da subito la bellezza di questo posto nella sua arretratezza e nella genuinità della sua gente.

IMG_3862

Raggiunta Sihanoukville, città portuale affacciata sul golfo del Siam, notiamo al contrario di nuovo caos e motociclisti impazziti.
Un uomo in divisa ci fa segno di rallentare a lato della strada, dove una coppia di altri turisti sosta già per essere controllata. Il poliziotto si avvicina.
“Document, number..” ci chiede.
Estraiamo dalla borsa tutti i documenti. Pisel gli mostra la patente ed il libretto della moto. L’uomo in divisa li controlla, intanto ne arriva un secondo che inizia a scrutare e provare i miei guanti incuriosito. L’agente restituisce i documenti a Pisel e mentre si gira per ridarglieli, gli sussurra: “Would you like to pay me something?”. Scappa un gesto alla “ma che vuole sto ceffo?” E mentre il poliziotto già ferma altri turisti in scooter, noi ce ne andiamo.

La cosa però più ambigua ci succede poco dopo cercando un posto per dormire. Entriamo in un hotel e chiediamo il costo per una notte. “10 dollars” ci rispondono. Dollari? Ma non abbiamo convertito tutti i Bath Thailandesi in Cambogian Real? E la stessa scena si ripete anche in tutti i piccoli ristoranti a conduzione familiare e negli esercizi commerciali, pertanto ci tocca ogni volta convertire il prezzo, scena alla quale rimangono spesso turbati.

Il pomeriggio seguente, dopo una lunga camminata lungo le spiagge cambogiane, fiancheggiando gli scogli, inizia a diluviare. Lampi vicini e tuoni potentissimi si susseguono. Siamo nel bel mezzo della natura a distanza dalla città, per cui non ci resta che attendere. Ci ripariamo sotto ad una pianta, con i piedi sulle radici e fuori dall’acqua, e attendiamo. L’acquazzone però aumenta. Ci incamminiamo allora in cerca di un riparo. Un’anziana signora da lontano ci fa segno di ripararci sotto ad una tettoia. Gentilmente ci invita dentro ad una costruzione di legno rialzata con un tetto di plasticato. È la sua casa. La donna ci fa salire su una scaletta che porta ad un piano di travi di legno rialzato ad un metro da terra, dove siede anche un signore e sotto una cagna con i suoi cuccioli intanto abbaia prepotentemente. Rimaniamo lì con loro ad aspettare che finisca il brutto tempo, mentre ci mostrano i cuccioli divertiti.

IMG_3947

Mi chiedo ancora se avessi mai fatto lo stesso. Diffidiamo sempre dell’estraneo, dello sconosciuto, del diverso ma mi sembra sempre più chiaro che meno hai, più sei disposto a dare. Nonostante la povertà, sono sempre le persone più bisognose a darti di più.

Trascorsi i giorni piovosi, ci avviamo verso la capitale Phnom Penh. Poco fuori dalla città di Kep, rilassati sopra un tavolino di bamboo in riva al mare pieno di famiglie di pescatori, conosciamo un cuoco cambogiano. Ama il cibo vegetariano, ma si interessa molto alla cucina italiana e francese, tanto che non perde l’occasione per chiederci gli ingredienti della pasta alla carbonara e della pizza alla marinara. Ammiriamo le isole di fronte a noi, e ci racconta che quella più in lontananza, una volta cambogiana, ora è passata nelle mani vietnamite, mentre quella più vicina: “is Cambogian but maybe in the next future will be Vietnamese, I don’t know!” dice sussurrando amareggiato. Apprezza parlare con le persone straniere, è il suo modo di viaggiare. Lui vive e lavora per pagarsi il cibo di oggi e forse di domani e non ha i soldi per conoscere direttamente il mondo, mentre noi ci siamo pagati il viaggio di questi 6 mesi. L’uomo ci ripete più volte che siamo fortunati, e ogni giorno che passa ne siamo sempre più convinti. Ci consiglia di visitare Bokor Mountain, e decidiamo di andarci la sera stessa.

Le strade sono molto rischiose, in special modo a causa della gente che ci guida. É il peggior stato, finora, dove abbiamo guidato.
Un primo pomeriggio percorrendo una strada asfaltata, vediamo una macchina nella nostra corsia che ci viene incontro in direzione opposta. Sta sorpassando un camion. L’auto è decisa, invade la nostra corsia ad una velocità impressionante, supera il camion. Ci vede, ma non rientra. Ci suona e siamo costretti ad uscire di strada. Come fanno i motorini che trasportano a volte intere famiglie? Qui le regole della strada sono tutt’altro che sicure. La moto è come una bicicletta: le auto hanno la precedenza su tutto ed i motorini, inclusa Zuki, sono a tutti gli effetti trattati come biciclette. Quando un’auto deve sorpassare suona il clacson in modo che il veicolo davanti a lui si sposti leggermente a destra, e se un motorino, esca direttamente dalla carreggiata. Se non scendi di strada si intestardiscono col clacson o, peggio ancora, talvolta ti superano tagliandoti la strada. E qualche volta scappa il dito medio per qualche sorpasso avventato.

IMG_4026

Nei giorni seguenti ci rechiamo al villaggio galleggiante di Tonle Sap, il lago più pescoso al mondo che fornisce cibo a più di 3 milioni di persone. Senza tale attività il popolo cambogiano sarebbe totalmente alla fame. Poco più tardi pranziamo lungo la strada in una di quelle tavolate all’aperto gestite dalle famiglie. Ci corre incontro una bambina di 10 anni a cui chiediamo un riso con delle verdure. “Chen banlai dronmo”, ci ripete più volte divertita, così decido di registrarlo per impararmelo. La ragazzina si atteggia già da grande, anzi è grande da come parla e gesticola. Le parlo e le sorrido, ma non smetto di pensare a quanto qui i bambini crescano in fretta.

IMG_4075

La Cambogia è un mondo nuovo che ci affascina. Notiamo tuttavia un grande squilibro interno nelle città, tipico dei paesi in via di sviluppo, dove la distinzione tra ricchi e poveri è sempre più pungente. Una sera in centro a Battambang ci succede una cosa particolare..
Siamo seduti ad un tavolino a mangiare. Mentre parliamo un bambino si avvicina a noi. Mi da due colpetti sul braccio col dito e mi indica il mio piatto. Il suo viso è molto sporco, la sua maglietta piena di buchi. Sposto la sedia indietro e sbatto la mano sul tavolo come invito a sedersi con noi. Pisel gli allunga la metà del suo piatto, poi arriva il mio. Divora tutto affamatissimo. Poi gli ribaltiamo un bicchiere e gli vuotiamo l’acqua fresca della caraffa. Quasi gli va di traverso dalla voracità con cui la beve. Quando andiamo a pagare si avvinghia alle nostre gambe per ringraziarci e poi scappa via.

Qualche giorno dopo arriviamo a Siem Reap. Qui visitiamo il parco archeologico di Angkor, con i suoi templi induisti e buddisti molto suggestivi per quanto di molti esistano solo rovine costituite da pile di mattoni. Ciò che mi sorprende è anche che Angkor Wat sia la più grande struttura religiosa mai costruita e dedicata al dio Hindu, Vishnu.

IMG_4110

 

Lasciata la città, ritorniamo tra le strade disseminate nei villaggi. Una notte, mentre siamo in tenda in uno spiazzo a metà tra il verde e la ghiaia, sentiamo un suono allarmante. Ricorda il rumore delle pioggia ma fuori non cade un filo d’acqua. Su un lato della tenda un gruppo di formiche giganti sta cercando di entrare, il loro rumore è inquietante. Ci imponiamo di non uscire finché non arriva la luce del giorno. Durante la notte tuttavia, al buio inizio a sentire qualcosa sfiorare i miei piedi e poi le gambe, mi sveglio e Pisel è già in cerca della torcia. Accendiamo. La tenda è invasa da formiche. Hanno trovato un buco o l’hanno creato? Poco importa, ora dobbiamo uscire. Ci vestiamo lentamente cercando di non disturbarle, ma è inevitabile: sentono la nostra agitazione e iniziano a pungerci. Il dolore è penetrante e perdura anche dopo il morso. Nulla da fare: alle 2 di notte le formiche hanno colonizzato la nostra tenda e siamo costretti ad uscire.

In questi giorni giochiamo con i bimbi a mangiare le arachidi al volo, ridiamo insieme alle persone non capendo niente della loro lingua. Nasciamo tutti uguali, se poi siamo ricchi o poveri è solo una questione del caso. Ora siamo pronti a lasciare questo paese per scoprire una nuova cultura. Vietnam arriviamo!