Donne boliviane, sacrifici e pozioni

Risvegliati sotto un cielo grigio e tetro, prendiamo inevitabilmente tanta acqua mentre lasciamo per l’ultima volta il paese argentino e tocchiamo un confine sconosciuto.
Non ci fanno neanche il timbro sul passaporto che siamo ufficialmente nel nuovo stato. Il caos.. Rumori assordanti ed incessanti di clacson. Schiamazzi di persone. Le urla dei venditori ambulanti. Un anziano signore suona il fischietto mentre si diverte a dirigere il traffico. Siamo arrivati in Bolivia. I visi sono più abbronzati e i tratti somatici più accentuati. In ogni caso, quello che ci colpisce di più è il fascino indiscutibile delle donne boliviane nei loro costumi tradizionali. Gonne lunghe a più strati e mantelli coloratissimi, cappelli a bombetta con quell’incerto equilibrio sulla testa e i capelli raccolti in due lunghe trecce nere. Non solo in un altro mondo, sembra di essere in un’altra epoca. Come un omaggio alla loro identità culturale, con questi abiti le donne appaiono delicate e tenaci allo stesso tempo. I loro volti sono scolpiti dagli anni di duro lavoro e le gote rosse segnate dal clima rigido delle alture andine.

Pranziamo in un minuto ristorante per strada con un piatto di guiso, stufato di fagioli giganti e altre verdure in un caldo sugo invitante; il tutto preparato da un’anziana signora e una giovane donna che ogni tanto allatta il suo bambino.

Arrivata l’ora di far benzina ci accorgiamo di non avere una vasta scelta: diesel o gasolina. E chissà quanti ottani è! Lungo la strada verso la città vicina ci fermano addirittura due poliziotti per dirci che, avendo superato il limite di velocità, dobbiamo pagare una multa.

<<100 km/h?!>> ribatte Davide perplesso. <<No creo que la velocidad es correcta!>>, aggiunge.

Anzi ora la moto inizia persino a borbottare in salita e talvolta rallenta bruscamente con cali di potenza.

<<Si, tienes que pagar una multa!>>, risponde certo uno dei poliziotto, mentre l’altro allunga a Davide un minuscolo blocchetto di fogli.

È sempre abbastanza insolito, quasi grottesco, quando gli agenti delle forze dell’ordine ci fermano negli stati più bisognosi. Così già molto diffidenti mentiamo immediatamente sul fatto di non avere contanti.

<<No tenemos efectivo. Puedo pagarlo en el banco?>>, risponde Davide riconsegnando indietro il taccuino dato che non ha neanche una penna e non sa nemmeno leggere lo spagnolo.

Ci manca solo che ci dobbiamo anche sottoscrivere una multa da soli. Micca siam fessi dopotutto.
Così, già con una faccia più incerta, il poliziotto indica la città da dove proveniamo per andare a prelevare dei soldi mentre l’altro gioca con la pistola laser misuratrice di velocità con delle pose da power ranger.

<< Estoy seguro que puedo pagarlo en el banco!>>, contesta Davide.

Insomma, alla fine, dopo un pò di sguardi tra uno e l’altro, non riuscendoci a fregare spiccioli, i poliziotti alla fine ci lasciano andare. E mentre le strade ormai iniziano ad allagarsi a causa di un brusco acquazzone, ci tocca fermarci per la notte nel piccolo paese di Tupiza.

Alla mattina, apro gli occhi, esco dalla camera da letto per scoprire che tutto il palazzo è allagato, dai corridoi fino al bagno. Oltretutto dalla forte nausea e il mal di pancia, capisco all’istante che abbiamo bevuto di nuovo acqua sporca. Grazie agli anticorpi sviluppati in Mongolia e nel sud-est asiatico, però, trovo la forza di indossare i vestiti da moto, uscire dalla camera e spingere Zuki giù dal doppio marciapiede. Riprendiamo, quindi, il nostro viaggio sulla cordigliera delle Ande. Dopo impressionanti cime vulcaniche e grandi aree brulle e desolate, nel tardo pomeriggio, ceniamo con una vellutata leggera di asparagi per reintegrare i liquidi persi. E più tardi raggiungiamo l’abbagliante Salar de Uyuni, la più grande distesa salata del pianeta. Come il più bello specchio del mondo che riflette il blu del cielo e così brillante che farebbe invidia anche a una vetrina di gioielli.

Il mattino seguente Davide sostituisce le candele della moto e lo aiuto a cambiare anche l’olio del motore. Nonostante ci prendiamo sempre cura di lei, la moto ha continui vuoti di potenza e ad ogni salita ci tocca cacciarci delle gran sfrizionate altrimente si spegne. In pratica sembra di guidare un cinquantino fiappo e il rischio di rimanere a piedi è realmente vicino. Ci dirigiamo per cui, senza deviazioni, alla capitale boliviana perché capiamo che Zuki non ne ha più

Nonostante l’immane fatica e i conclusivi 20 km/h in salita, Zuki ci porta fino a La Paz, la capitale più alta al mondo. Regnata dalle lucenti nevi dell’lllimani, questa immensa metropoli si ritrova incastonata in una valle circondata dalle alte montagne. Ci buttiamo nelle vie tremendamente ripide della città. Repentine salite e discese paurose alla ricerca di un hotel con un parcheggio. Sembra banale, ma è quasi introvabile. Dopo mille insuccessi e altrettanti spegnimenti di moto, iniziamo a girare in tondo nel tentativo di trovare solo strade in discesa.. finché queste finiscono. Bloccati, infine, nell’esorbitante traffico quando ormai è già calata la notte, mi butto a destra e a manca a piedi tra le auto e i taxi per chiedere indicazioni, mentre Zuki ad ogni salita si spegne. Troviamo un piccolo ostello che ci offre un ampio parcheggio interno e finalmente dormiamo sonni tranquilli mentre Zuki si riposa con una invidiabile vista delle stelle.

Il giorno dopo passeggiamo tranquillamente tra le vie del centro, o meglio dire, facciamo un leggero trekking, perché a quell’altitudine è tutt’altro che semplice persino respirare a pieni polmoni. E tutto d’un tratto uno strano odore di piante ed incenso ci perviene veloce e sempre più intenso. Ci immergiamo nel mercado de las Brujas, dove misticismo e stregoneria invadono le strade. 

Qua è là anziane signore superstiziose custodiscono con cura remote usanze: piante medicinali, amuleti e pozioni per antichi rituali boliviani che garantirebbero fortuna e fertilità. Poi alzo la testa un attimo e mi si rizzano i capelli.

Là appesi per la testa, ci sono poveri piccoli feti secchi di lama abortiti, che userebbero come sacra offerta alla loro Madre Terra durante la costruzione di una nuova casa. La natura è per loro un vero dio. Così per evitare ira e ritorsione offrirebbero un sacrificio in cambio di costante protezione.

Gironzoliamo un poco anche per le vie del comune attiguo El Alto, dove ci tuffiamo chiaramente in un’altra era. I vestiti, i colori, i loro visi e le urla. Tutto è diverso e straniero. Come in un altro tempo, sedute a terra, centinaia di donne nei loro abiti tradizionali caldi e colorati vendono i prodotti raccolti, mentre dimenticano qua e là i loro bambini, talvolta immersi nell’erba cipollina o nel prezzemolo.

Dopo vari giri sul teleferico, una cabinovia che collega tutte le aree dell’altissima città, ci sembra di aver perso parzialmente l’udito a causa dei clacson insistenti. Pertanto riempiti a dovere gli stomaci di menù locali, tra piatti abbondanti di fideo, tazze di maite e di coca, dolci di crema di latte e cannella, decidiamo che è ora di lasciare questo posto.

Nella risalita per uscire dalla conca della trafficata città, Zuki sembra affogarsi ad ogni salita. L’obiettivo ora è di uscire dalla Bolivia e andare verso il mare in modo che la moto si riprenda alle giuste altitudini, ma la strada è piena di salite altissime che toccano persino i 4800 metri. Ce la faremo? 

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